E così favellando prese in fretta la lanterna, il mazzo delle chiavi e il paniere deposto sul pavimento, e con veloci passi si avviò dall'altra parte del sotterraneo.
Beatrice, traendo a fatica la persona inferma, gli tenne dietro, curiosa di chiarire il truce mistero che si adombrava nelle parole di Marzio.
NOTE
[1] Presso la città di Mirina, nella isola di Lenno, sorge il colle dove gli antichi immaginarono cadesse Vulcano: il colle era sacro a Nettuno, e nei tempi vetustissimi vi s'inalzava una cappella consacrata a Filottete. Ogni anno vi saliva un sacerdote, il quale, fattivi i debiti sagrifici spargendo grano ed orzo, raccoglieva certa quantità di terra fulva, o giallo accesa; e postala sul carro la portava dal tempio giù alla pianura, e quivi col sigillo della dea Diana la suggellava. Questa era la terra lemnia, sacra, e sigillata, alla quale gli antichi attribuivano la virtù di saldare le ferite, arrestare i flussi sanguigni, preservare dai veleni, farli vomitare, guarire morsi di animali velenosi ec. Questa terra ai nostri giorni eziandio con gelosissima cura è conservata, e si sigilla col sigillo del Gran-Turco; poca ne portano in cristianità, dove s'incontra di rado. Galeno ne fa menzione nel libro IX, ove tratta delle facoltà dei semplici.—THOMASO PORCACCHI, Libro della descrizione delle Isole più famose del mondo, p. 140. Venetia, 1590.
[2] Plica polonica; malattia del bulbo dei capelli e dei peli. In questa malattia si osserva uno intrecciamento disordinato, una conglomerazione ed ingrossamento dei capelli o dei peli, accompagnati da nutrizione e sensibilità siffatte, che nel tagliarli grondano sangue con inestimabile dolore. Chiamasi plica a cagione dello intrecciamento, e polonica però che sia infermità quasi endemica della Polonia.—ALIBERT, Malattie della pelle, t. I.
[3] Quando Napoleone, abbandonata l'Elba, giunse inaspettato e
repentino a Parigi, il 20 marzo 1815, egli rinvenne lo studio del
Re nel medesimo stato nel quale per la subitanea fuga lo aveva
lasciato. Occorrevano su le tavole lettere incominciate e non
finite, e talune di queste in contumelia di Napoleone medesimo.
Questi, distolto da cure maggiori, fece metterle da parte, nè
trovò tempo di occuparsene: per la qual cosa volle fortuna, che
quando Luigi XVIII fece nuovamente ritorno alle Tuglierie
ritrovasse tutto quanto gli apparteneva senza alterazione, o
diminuzione di sorte alcuna.—LAS CASAS, Memoriale di Santa
Elena, Cap. II. p. 167.
[4] Il giuoco del lotto, nei tempi del nostro racconto, era stato funestamente inventato da Cristofano Taverna. La prima volta che se ne fa menzione è nel 9 gennaio 1448. Si proponevano alla vincita sette borse, dette della fortuna, e forse furono otto, donde il nome di giuoco dell'otto. In Genova fu instituito nel 1530. Clemente XI lo proibì. Innocenzo XIII aumentò 20 per cento su l'ambo, e 80 per cento sul terno. In Francia questo giuoco datava dal 1776: fu abolito nel 1793: riattivato nel 1797, venne soppresso nel 1836. In trentotto anni rese al Governo due miliardi! Adesso in Toscana crebbero il prezzo della giuocata, e diminuirono il premio della vincita.
CAPITOLO XVI
IL MEMORIALE.
«Per il che non potendo durare in così infelice vita prese la strada della sorella Olimpia, e mandò al Papa un buono e ben composto memoriale; ma o che quello fosse dato, o no, la sua ragionevole inchiesta non ebbe effetto, nè si è trovato in segreteria dei memoriali quando ne faceva bisogno mentr'era in prigione…» Manoscritto del tempo.