—Così farò, don Francesco, poichè me ne date licenza: vo' provare, se mi riesce, a scacciare un diavolo con un altro.

Dio eterno! Mentre si ricambiavano siffatte cortesie, i costoro colli, come sotto ad un medesimo giogo, andavano gravati dal pensiero dello scambievole omicidio: ed anche questo è un pregio, del quale gli uomini possono vantarsi superiori alle bestie. Il Conte dopo breve cammino tornando a dolersi del piede offeso, mostrò voglia di ricondursi in camera; e Marzio lo accompagnò, e lo sovvenne con amorosa assistenza.

Scesa la notte, quando a Marzio parve che tutti dormissero nel palazzo, con veloci passi s'incamminava al giardino: quivi assicurò al muro del recinto una scala; poi, aperte con le doppie chiavi le porte del sotterraneo, liberò Olimpio. Questi col cibo e col riposo aveva recuperato le forze, e con le forze lo acuto desiderio della vendetta, per cui era venuto nel proponimento di appiccare il fuoco al palazzo dei Cènci prima di abbandonarlo; nè Marzio ebbe a durare piccola fatica per contenerlo, e gli andava dicendo: si quietasse per ora; lui premere smisuratamente più atroce la necessità della vendetta; fra giorni egli ne trarrebbe del Conte una memorabile, e sicura; essere iniquo offendere tanti innocenti per colpa di un reo.

Poi si condusse al carcere di Beatrice; l'animò a fuggirsi seco lui, ma la rinvenne ferma nel suo proposito di sopportare quello che alla Provvidenza fosse piaciuto disporre di lei. Venutogli meno ogni argomento, prese il memoriale; la confortò come seppe, provò allontanarsi, tornò indietro: sentiva, nello abbandonarla, scoppiarsi il cuore come per morte. Finalmente a lei, che non cessava scongiurarlo deporre per lo amore di Dio ogni disegno di vendetta contro il padre suo, baciò, e ribaciò affettuoso le mani, e poi si allontanò con passi concitati esclamando: «Fatale! fatale!»

Olimpio si salvò per la scala del giardino; Marzio uscì dal palazzo montato sul cavallo storno, portando su le groppe di quello avvoltolato il mantello scarlatto trinato di oro.

CAPITOLO XVII.

IL TEVERE.

Acque del Tebro, a voi sola è rimasta
La grandezza di Roma.
ANFOSSI, Beatrice Cènci.

Fu di Romolo la gente
Che il tridente
Di Nettuno in man gli porse.
Ebbe allor del mar lo impero,
Ed altero
Trionfando il mondo corse.
GUIDI, Il Tevere.

Ecco il Tevere! Le sue acque scorrono adesso come quando Roma vi si contemplava incoronata di tutte le sue torri. Questi flutti hanno trasportato sul dorso regni, repubbliche, imperii, e Popoli, e, più stupendo a dirsi! una generazione intera di Numi, mescolata con le foglie inaridite che il vento di autunno sparpaglia lungo le sue sponde. Ceneri di eroi, e ceneri di banditi; ceneri di papi, e ceneri di eretici furono sparse per la sua superficie, nè egli corrugò la fronte per le une più commosso che per le altre. Dentro ai suoi gorghi le statue di Giove e di Mercurio riposano in pace sopra il medesimo fango, a canto a quelle dei santi Pietro e Paolo. Tutto intorno a te rovina, tutto è mutato; tu rimani lo stesso, e teco il sole italico, che scherza con le fulve tue onde come con la criniera di un vecchio leone.