Allora gli uccelli di rapina, ripiegando le ale verso le contrade native, schiamazzavano per via:

«Gloria alla Francia soffocatrice sapientissima della libertà dei
Popoli!»

Bene stia. Intanto tu, o Francia, come la Scilla sicula, ti vai fabbricando intorno alla vita una cintura di cani[3].—Quando essi rivolgeranno contro i tuoi fianchi i loro denti, tu urlerai con immenso guaio: «aita! aita!»

Il mondo udrà cotesto grido, e si turerà le orecchie esclamando:

«Non le badiamo; però che le parole di Francia sieno vortici, dentro i quali scompariscono marinari e naviglio!»

In quel giorno un altro diluvio allagherà la terra, e l'antico patto dell'alleanza sarà distrutto.

O Tevere! I sogni della gloria sono passati per me: il cuore è sazio di passioni ardenti; egli non può più desiderare, ed imprecare nemmeno: adesso egli si compiace a fissare in faccia la morte. Quanti misteri di delitto stanno nascosti entro i tuoi gorghi, o Tevere! A me fu concesso penetrare là dentro, e interrogare le ombre che li traversano incorporee, e non pertanto visibili, come lo spettro di Cleonice la trafitta appariva a Pausania quando si affacciava su le acque[4]. Io li guardo, e vedo attraversarli un'ombra grande, e sento dietro gridarle:

«Gracco! Gracco!»

Quali passioni mossero lo infelice tribuno? Cupidità di potenza, o vaghezza di fama, o impeto d'ira, o vendetta di oltraggio patito? Tutto questo può darsi: ma la sua stirpe, e il censo, e lo ingegno, che pronto gli aveva dato natura, lui ponevano dalla parte degli oppressori, ed ei poteva, seduto al convito della forza, bevere la desolazione del Popolo. I Patrizii gli avevano detto:

«Scegli essere oppressore, o vittima».