—Sì; ha soggiunto, che tornato l'Eminentissimo di campagna aveva trovato in palazzo monsignore Taverna che lo aspettava; e dopo essere rimasto chiuso lungo tempo con lui, l'Eminentissimo aveva aperto appena l'uscio della camera e dato gli sproni al donzello, dicendogli «subito a monsignore Guerra»; e poi era tornato dentro.
Guido soprastette alquanto a meditare; poi, come illuminato da subita luce, esclamò:
—Ho capito!
In casa Cènci protratta per qualche altro tempo penosamente la veglia, tacquero tutti. I fanciulli erano stati condotti a giacere, onde ne seguitava un silenzio profondo solo interrotto dal fruscìo delle tende seriche, agitate appena da una bava di vento. Ognuno desiderava separarsi, e, come avviene, a nessuno bastava l'animo di proporlo; quando ad un tratto si ode un rumore sordo… cresce… si distingue il calpestìo di molta mano di persone, e vi si mesce strepito di arme.
Don Giacomo si leva, preso da maraviglia e da spavento, incamminandosi verso la porta per ispecolare che nuovità fosse. Appena giunto a mezzo cammino, si aprono gli usci fragorosi, e un'onda di sbirri allaga non pure il luogo ove stavano convenuti i Cènci, ma anche tutta la casa. Alcuni rimasero sopra le soglie delle stanze cou le spade sguainate, per impedire lo accesso da un luogo ad un altro.
—Siete arrestati per ordine di monsignore Taverna, gridò certo uomiciattolo bistorto, che pareva un grimaldello; il quale postosi le mani sui fianchi, si dava aria da Sacripante.
—E perchè?—interrogò don Giacomo, con voce che invano ostentava sicura.
—Questo saprete, a suo tempo e luogo, nello esame. Intanto con vostra buona licenza…
Ma ciò diceva per ischerno; imperciocchè non avesse anche posto fine alle parole, che già con le impronte mani lo aveva frugato da capo a piedi. Assicuratosi per siffatta guisa ch'ei non portava addosso neppure il breve, lo interrogava beffardo:
—Avete armi sopra di voi?… Confessatelo addirittura, che sarà pel vostro meglio.