Siccome non si era per anche visto comparire nessuno dei giudici all'uffizio, il dabbene notaro, che poteva vantarsi l'ordine incarnato, si pose a dare sesto ad ogni cosa; accomodò i seggioloni con simetria, mise su la tavola davanti al Presidente il certificato del medico umanissimo, e l'orologio a polvere; ricollocò nel posto consueto i grandi candeglieri di ottone rinettando i torchietti di cera gialla dalle sgocciolature, e in mezzo a quelli il Cristo di bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di confessare la verità. Cotesto Cristo avevano più volte arroventato, e così offerto al bacio degl'inquisiti di eresia, onde, lasciandolo cascare a terra con paura, resultasse la doppia prova dello aborrimento loro pel Redentore, del Redentore pel loro. O Cristo, se non ti avessero inchiodato in croce, come non avresti menato le mani sentendoti tante volte, e tanto sconciamente spergiurare! Nè qui si rimase il metodico notaro, che volle eziandio ordinati i calamari e i quinterni; tagliò le penne; di più le guardò di contro alla luce per esaminare se le punte fossero pari e il taglio diritto, e le dispose a scala una accanto all'altra a guisa di frecce, pronte ad essere tratte contro San Bastiano legato al palo.
Poco oltre il banco un forte cancello di ferro separava questo spazio dalla rimanente sala, ed anche là si vedeva un altro uomo che apprestava gli ordigni del proprio mestiere, quasi per virtù di simpatia; e questo era mastro Alessandro, celebrato giustiziere di Roma. Mastro Alessandro appariva di membra proporzionato egregiamente; senza adipe, muscoloso come atleta, olivastro di pelle, o piuttosto bronzino; i capelli aveva ricciuti, e neri; le sopracciglia irte calanti su le palpebre in modo, che dai peli rabbuffati vedevi comparire la pupilla ardente come fuoco tra pruni; le labbra poi sottili, e compresse parte per natura, parte per la lunga abitudine di tacere: minutissime rughe gli attraversavano la fronte; se così fitto avessero solcato gli anni, o piuttosto lo interno avvoltoio non si sapeva, nè alcuno curava sapere; avvegnachè anche i suoi anni fossero mistero e parecchi vecchi prossimi alla decrepitezza narrassero di un mastro Alessandro carnefice ai tempi della loro puerizia: forse era stato suo padre, o suo nonno; ma il volgo lo credeva lo stesso uomo; e ciò gli accresceva la paura. Nello insieme però la sua faccia dimostrava durezza, non bestialità: tipo degenerato, ma pur sempre romano. Ci trattenemmo non senza ragione a descrivere così particolarmente mastro Alessandro, avvegnadio ricorresse in quei tempi il giustiziere spesso, quanto ai nostri ricorre il soprastante dei carceri solitarii. E il Soprastante dei carceri solitarii, se lo ricordino bene, è moneta con la effigie del Boia, tosata dalla Civiltà con una lima presa nella bottega della Ipocrisia.
Nella stanza erano ritti parecchi pali con un braccio traverso, e in cima a questo pendevano carrucole fornite di girelle di bronzo con funi adattate a tirar su pesi; in terra sparsi piombi da mettersi ai piedi per dare la corda con lo squasso, e tassilli, e canobbi, eculei, capre, imbuti, sgabelli da vigilia, aliossi, torcie bituminose, cordicelle di sverzino, fruste, flagelli con triboli in fondo, seghe con altri più arnesi; corredo che la Ferocia e il Vitupero dettero alla Giustizia quando la maritarono con lo Inferno. Mastro Alessandro li passava tutti in rassegna, li rimetteva in sesto; qualcheduno forbiva da certe macchie nere, che le vene umane vi avevano sprizzato vermiglie. Il notaro e il giustiziere, ognuno dal canto suo si apparecchiava a celebrare degnamente la solennità giudiziaria.
Intanto sopraggiunsero un altro notaro, e due giudici; i quali poichè si furono ricambiati gli onesti salutari, ed ebbero lungamente favellato del tempo, della stagione, della loro salute, e delle donne loro, Cesare Luciani creatura bruttissima, con un capo che pareva un corbello; di faccia verde, come composta di sego vieto e di verderame, disse che l'aria fresca gli aveva inacerbita la gotta, e la tosse; ed il notaro Ribaldella, che lo considerava suo protettore, gli raccomandò con voce lacrimosa, che per lo amore di Dio avesse cura della sua preziosa salute. Egli brontolando rispose:
—Lo faremo,—lo faremo, Giacomino;—e non può sapersi se questo dicesse o maravigliato, o impaurito, o soddisfatto che vivesse creatura al mondo la quale sentisse, o fingesse affetto per lui.
Un altro giudice (e questi passava per pietoso) così per la faccia vermiglio, che pareva un terzino di vino puro lasciato per dimenticanza sopra la mensa di madonna Giustizia, con occhi tondi, fissi, e stupidi come quelli di un tacchino, saltò su a raccontare come gli fosse toccato a vegliar tutta notte a cagione di un suo cane preso dalla colica, e:
—Che volete?—egli aggiunse—gli è questo il mio pecco; mi sento il cuore troppo tenero; proprio non era nato per fare il giudice criminale.
E il Ribaldella lusinghiero:
—Illustrissimo, chi non vuol bene ai cani non vuol bene manco ai cristiani.
—Certamente, Giacomino; stanotte (tra un nodo di tosse e un altro continuò a dire il giudice Luciani), stanotte furono commessi quattro omicidii, e sei furti. Stiamo su la traccia di certe streghe; e se mettiamo loro le mani addosso, io vi so dire che ne faremo un processo famoso. Questi processi, la Dio grazia, ogni giorno più spesseggiano, e presto ha da capitare qualche altro Giordano Bruno[7] da mandarsi alle fiamme. Io vi so dire, che non vidi mai più bel fuoco di quello che fanno i filosofi: sicchè, Giacomino mio, studiate impratichirvi presto, sapete. Il diavolo non manca mai di tagliare le legna al giudice che vuol fare bollire la pentola.