Il notaro Ribaldella prese tosto ad interrogarla intorno alle sue qualità, ed ella rispose nè timida, nè proterva, come conviene a persona che senta la dignità della propria innocenza.
—Deferite il giuramento: ordinò il Moscati.
E il Ribaldella, impugnato il Cristo con tale un garbo, che parve piuttosto volerglielo dare sul capo, che presentarglielo per compire un rito solenne, disse:
—Giurate.
Beatrice distesavi sopra la destra candidissima, così favellò:
—Giuro sopra la immagine del divino Redentore, che fu per me crocifisso, di esporre la verità perchè so, e posso dirla; se non potessi o volessi, mi sarei astenuta da giurare.
—E così aspetta la giustizia da voi. Beatrice Cènci, incominciò a interrogare il Moscati, voi siete accusata, e le prove in processo lo dimostrano sufficientemente, di avere premeditato la strage del vostro genitore conte Francesco dei Cènci, con la complicità della matrigna e dei fratelli vostri. Che cosa avete da rispondere?
—Non è vero.
E con tale ingenuo candore pronunziò queste parole, che, non che altri, San Tommaso si sarebbe chiamato vinto; ma il giudice Luciani brontolava fra i denti:
—Non è vero, eh?