—Accusata; v'imputano, e le carte del processo lo provano sufficientemente, voi avere, in compagnia dei predetti parenti vostri, conferito il mandato a uccidere il conte Francesco Cènci ai nominati Olimpio e Marzio banditi, con la promessa del prezzo in ottomila ducati di oro; di cui la metà subito, e l'altra metà dopo consumato il delitto.

—Non è vero.

—Adesso adesso vedremo se non è vero;—mormorava il Luciani, come se le tenesse il bordone.

—Siete accusata, e dalla procedura resulta provato sufficientemente, avere voi fatto dono, o dato per giunta di prezzo, al nominato Marzio un tabarro scarlatto trinato di oro, che fu già del defunto conte Francesco Cènci.

—Non è così. Il padre mio donò quel tabarro a Marzio suo cameriere, prima che da Roma si partisse per la Rocca Petrella.

—Siete accusata, e dalla procedura resulta abbastanza provato, avere voi fatto commettere la strage paterna alla Rocca Petrella il giorno nove di settembre dell'anno millecinquecentonovantotto, e ciò per comando espresso di Lucrezia Petroni vostra matrigna, la quale impedì che si commettesse il giorno otto per essere la ricorrenza della festa della Santissima Vergine. Olimpio e Marzio entrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, al quale era stato precedentemente propinato vino coll'oppio; e voi, in compagnia di Lucrezia Petroni, Giacomo e Bernardino Cènci, attendevate nell'anticamera la consumazione del delitto. I sicarii essendo tornati indietro sbigottiti, voi gl'interrogaste, che cosa ci fosse di nuovo: alla quale domanda avendo essi risposto non sentirsi cuore a bastanza per ammazzare un uomo che dormiva, voi li rimproveraste con queste parole: «Come? se preparati non siete capaci di uccidere mio padre dormente, immaginate se ardireste di pur guardarlo in faccia se fosse desto! E per venire a questa conclusione voi avete già riscosso quattromila ducati? Orsù, poichè la codardìa vostra vuole così, io stessa con le mie mani ammazzerò mio padre, e voi non camperete molto». Per le quali rampogne e minacce i sicarii rientrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, ed uno di loro postagli sopra l'occhio una gran ferla, l'altro gliela conficcò prima nella testa, e poi nel collo, donde accadde la morte del prefato conte. I banditi riscosso il saldo del prezzo si partirono, e voi, in compagnia dei fratelli e della matrigna, strascinaste il cadavere del trafitto genitore sopra una vecchia loggia, dalla quale lo dirupaste su di un albero di sambuco. Che rispondete?

—Signori miei, rispondo che domande di tante, e tanto orribili perversità vorrebbero volgersi più acconciamente ad un branco di lupi, che a me. Io le respingo con tutta la forza dell'anima mia.

—Siete accusata, e lo chiarisce il processo, avere voi consegnato alla donna Laurenza Cortese, cognominata la Mancina, un lenzuolo intriso di sangue perchè lo lavasse, ponendo mente di avvertire la curandaia provenire questo sangue da perdite copiose; e siete accusata altresì aver fatto uccidere Olimpio dal bandito Marzio, per paura che costui rivelasse il delitto alla giustizia. Rispondete.

—Posso io favellare?

—Anzi vi s'impone: favellate apertamente tutto quanto valga a chiarire la giustizia, e difendere voi dall'accusa.