Era il taxillo una specie di bietta di pino tagliata a modo di cuneo, larga su la base, acuta in cima, e intrisa di trementina e di pece. Il diavolo trasformato in frate domenicano inventò nella Spagna cosifatto tomento. Spagna! Infelice paese dove la superstizione arò così profondo, che, anche in questo moto maraviglioso dei popoli verso il meglio, gl'Iberi paiono condannati a rappresentare per lungo tempo nel mondo la parte di centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Dove sono i figli dei prodi cavalieri, sempre pronti a ferire torneamenti e a correre giostre in onore delle dame? Dove i discendenti degli avventurosi baroni, capaci di sostenere mirabili imprese per uno sguardo della bellezza? Dove i baccellieri di armi, che co' loro gesti famosi somministrarono gentile argomento ai versi di romanzo? Tacciono le armi e gli armori; gli Arabi scomparvero sotto le rovine dello Alambra; a questi splendidi cavalieri subentrarono gl'incappucciati fratelli del Santo Uffizio, nobil gente avvilita, la quale non trovò mezzo altro più acconcio per ripararsi dai tormenti, che farsi anch'ella tormentatrice.—Mirate, di grazia, dove l'hanno condotta i frati: nuda fino alla cintura, coperta dello scapulare la faccia, con fruste armate di triboli, stupida e insana si flagella sotto le gelosie delle donne amate, nè si rimane finchè dalle aperte vene non le sia sgorgata larga pozza di sangue, e di sangue non abbia resa nera la sferza, che poi manderà loro in dono come pegno di costanza, che nè per tempo verrà mai meno, nè per morte. Così, mercè il governo fratesco, avvinsero insieme le Grazie e le Furie, nodo mostruoso da disgradarne quello dell'antico Mezenzio[7]. Lo stesso piacere cospersero di fiele, e, contrariando Dio e la natura, lo mutarono in tormento. Tanto possono i frati imbestiare gli uomini!

I fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni come smemorati consideravano quanto sotto i loro occhi avveniva, (mastro Alessandro recatasi in mano la zeppa, scalzò il piede sinistro di Beatrice. Breve, asciutto e rotondo, egli pareva opera di greco scalpello condotta in alabastro rosato) e vedono… figgere la parte aguzza della bietta tra la carne e l'unghia del pollice: bene a quella vista sentivano raccapriccio, ma qual nuovo modo di tormentare fosse cotesto non bene comprendevano. In breve saranno chiariti. Mastro Alessandro trasse fuori una candeletta, e andò ad accenderla alla lampada, che ardeva davanti la immagine santa del Redentore; poi l'accostò alla scheggia, che subito crepitando prese fuoco. La fiamma si accosta rapidissima alle dita, e qualche lingua si avventa precorrendo come famelica di carne e di sangue.

Atrocissimi dolori erano quelli, che da cotesto tormento derivavano; la natura umana non li poteva sopportare, molto più se consideriamo lo strazio fatto della misera fanciulla: e nondimeno Beatrice, temendo da un lato sconfortare i suoi, e dall'altro desiderando porgere loro lo esempio del come si abbia a soffrire, domava lo spasimo, e taceva. Taceva, sì; e insinuata la carne delle guance fra i denti stringeva forte fino ad empirsi la bocca di sangue, per divertire un'ambascia con l'altra; ma non era potestà in lei d'impedire il brivido intenso che le increspava la pelle di tutto il corpo, nè lo stralunamento delle pupille smarrite, nè il mugolìo convulso, che travaglia la creatura nella suprema ora del transito:—nè fu in lei, misera! trattenere uno strido disperatamente acuto, nel quale parve le si troncasse la vita, e declinare la testa giù come morta.

Anche il coniglio, ridotto alla disperazione, dimentica la naturale timidità, e morde. Don Giacomo non dubita accostarsi con la faccia al tassillo imfiammato, ed azzannatolo tenta staccarlo; ma da una scottatura in fuori non ne trasse altro vantaggio. Allora tutti, non esclusa la mansuetissima donna Lucrezia, spinti da moto spontaneo si avventarono contro il Luciani, mostrando volerlo stracciare co' denti: ululavano come bestie feroci, nè il sembiante loro pareva più umano. Quantunque cotesta fosse ira impotente, però che tenessero le mani incatenate, e per accostarsi ai giudici gl'impedisse il cancello, pure il Luciani n'ebbe spavento, e, balzato in piedi, si fece schermo con la spalliera della seggiola; dietro la quale, come da un baluardo, latrava:

—Badate ch'ei non si sciolgano! Teneteli! Sono dei Cènci, e sbranano.

Mastro Alessandro, giovandosi della confusione, aveva fatto cadere il tassillo dal piede della Beatrice.

I Cènci furono di leggieri trattenuti. Il Luciani sentendosi agitato, e considerando i colleghi suoi e gli altri assistenti, comecchè per causa diversa, più atterriti di lui, riputò conveniente sospendere per allora cotesti strazii, che in quei tempi avevano nome di esami.

—Riportateli, ritto sopra il limitare della porta abbaiava il Luciani, riportateli in carcere uno diviso dall'altro. Ministrate loro il vitto di penitenza… bevano il supplizio… mangino la disperazione.

Beatrice priva di sentimento fu riportata sopra una sedia in prigione, e quivi affidata alle cure del medico; il quale fra un sospiro e l'altro osservava, come la detenuta non potesse essere esposta con efficacia al tormento se non prima decorsa una settimana intera; ed avrebbe, egli aggiungeva, in caso di bisogno avuto anche il coraggio di sostenerlo a voce, e in iscritto, perchè innanzi tutto doveva aversi riguardo alla umanità!…

Non vi par egli, che fosse caritatevole davvero questo dabbene dottore fisico?