NOTE

[1] Papa Clemente VIII quando mosse da Roma per prendere possesso del ducato di Ferrara rapito a don Cesare, che n'era stato istituito erede da Alfonso d'Este II, nel visitare la chiesa di Loreto vi lasciò in voto due gambe di argento massiccio, forse per grazia non ricevuta della guarigione della podagra; e dico per grazia non ricevuta, dacchè alla podagra gli si aggiunse anche la chiragra, la quale nel giubbileo bandito nel 1600 non gli permetteva di lavare i piedi ai poveri pellegrini che con una mano sola, e questo non sempre, contentandosi allora di asciugargli soltanto; mentre cotesta opera santa era esercitata da quei fiori di virtù dei cardinali Aldobrandino, a Passero. Giovanni Stringa, Vita di Clemente VIII.—Cav. Artaud de Moutor, Vita del medesimo pontefice.

[2] «Quidnam vulto hoc esse? Alii autem irridentes dicebant: quia pleni sunt musto». Acta Apost. c. II. nn. 12-13.

[3] Quando prima arrise al prete la speranza di tenere suggetti popoli, e re, sostenne la volontà regia nulla se non era santificata da lui. Scaduto dalla superba pretensione si adattò alla parte di vassallo, vestì livrea; e, contentandosi di tosare di seconda mano, bestemmiò voler sovrano formare legge pel suddito anche quando contraffacesse al precetto di Dio. Antonio Perez, consultato il reverendo padre Diego de Chaves se potesse, senza peccato, obbedire all'ordine di Filippo II, che gli comandava assassinare d'Escovedo segretario di don Giovanni di Austria, ne riceve la seguente risposta: «El principe seglar, che tiene poder sobra la vita de sus subditos, y vasallos como se la puede quitar por justa causa, y por juyzio formado, la puede hazer sui el….. tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar. No tiene culpa el vasallo que por su mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo, por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». Relaciones di Antonio Perez, cit. dal MIGNET, Antoine Perez et Philippe II, p. 66.

[4] Intorno ai fatti del conte Peppoli e del duca Farnese, vedi GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, lib. III. p. 2.

[5] Nei governi dispotici, il duca di Wintoun diceva che lo ufficio del giudice, come presso i barbari, si confonde con quello di carnefice. Veruno animale è più schifo del giudice amovibile allo stipendio del tiranno. Ricorda la storia che nei tempi antichi, durante il processo di Giovanna di Arco, al cimiterio di Santo Ovanio il carnefice assisteva al giudizio per esser pronto a giustiziarla appena condannata! MICHELET, Storia di Francia, t. V. p. 163—Ai tempi nostri un re mandava ai suoi giudici sentenziassero presto, perchè prima di sera voleva fucilare i prevenuti.

[6] Nerone si ricordò di Epirari ritenuta per indizio di Procolo; e non credendo che una donna reggesse al dolore, ne comandò ogni strazio. Nè verga, nè fuoco, nè ira di martorianti del non sapere sgarare una femmina, la fecero confessare, e vinse il primo dì. Portata il seguente ai tormenti medesimi in seggiola, non potendosi reggere sopra le membra lacerate, si trasse di seno una fascia, l'annodò alla seggiola, incalappiò la gola stringendola col peso del proprio corpo, e trassene quel poco fiato che vi era. Esempio memorevole, che una femmina libertina volesse salvare gli strani, e quasi non conosciuti, quando gl'ingenui uomini senatori, e cavalieri scuoprivano i più cari senza tormenti. TACITO, Annali, t. XV. volgarizzamento del Davanzati.

[7] Il supplizio di Mezenzio era legare un vivo con un morto, e così lasciarlo finchè ancora egli si morisse.

«Quid memorem infanda caedes; quid facta tyranni
Effera? Di capiti ipsius, generique reservent.
Mortua quin etiam jungebat corpora vivis
Componens manibus manus, atque oribus ora
(Tormenti genus) et sanie, taboque fluentis
Complexu in misera longa sic morte necabat».
VIRGILIUS, Aeneid. t. VIII, v. 482.

CAPITOLO XXIV