—Eminentissimi, il disegno s'incammina a bene. Ora non perdete tempo un minuto, ed andatevene ad abbattere l'arbore che tentenna. La paura lo tiene pei capelli; se lo lascia, non lo ripeschiamo più di qui a mille anni.

In questo modo ragionando il Farinaccio indovinava ad un punto, e sbagliava: indovinava, che la paura dominasse l'anima del Cardinale nepote; sbagliava, che questa lo rendesse più mite per gli accusati; imperciocchè avendo mestieri della confessione loro per procedere con franco piede e capo alto alla truce conchiusione del suo disegno, e pel colloquio tenuto col Luciani essendo oggimai disperato di poterla ottenere per via di tormenti, strinse il Farinaccio come una leva per muovere quel masso che gli si parava davanti al cammino. Credersi più scaltro che altrui è lo scoglio dentro al quale per ordinario rompono gli astuti; onde a ragione il proverbio c'insegna, che in pellicceria vanno più pelli di volpe che di asino.

Prima però di continuare il mio racconto mi è forza spendere alquante parole intorno a Prospero Farinaccio, che sta per essere tanta parte nella catastrofe di questa storia, e dire chi egli si fosse, e quali cagioni lo muovessero a zelare così le difese dei Cènci.

Prospero Farinaccio nacque di stirpe popolesca; ma non tanto sprovveduta dei beni della fortuna, che ai suoi genitori venisse tolta la facultà di farlo educare nelle discipline liberali: ed in fatti mandato allo Studio di Padova attese ad imparare diritto, dove riuscì valentissimo. Tornato in patria presto si fece conoscere eletto ingegno, ed ottenne facilmente la fama di precipuo fra gli avvocati della Curia Romana. Invero egli possedeva in copia dottrina (che scienza quella degli avvocati d'allora io non vorrei chiamare), ed aveva raccolto abbondantissimi materiali che gli valsero poi a fabbricare ben tredici grossi volumi, i quali anche ai giorni nostri noi vediamo schierati nelle scansìe dei forensi, quasi leghe quivi dentro ammucchiate per costruirne le casematte di sofisma, e di errore delle loro biblioteche. Nei libri del Farinaccio, del Mantica, del Menochio e di altri siffatti scrittori, che gli furono contemporanei; peggio in coloro che lo precederono; niente meglio negli altri che lo seguitarono, invano cerchiamo spirito di retta filosofia. Non sentenza, non, dirò quasi, parola occorre scritta, che non venga sostenuta dalla testimonianza d'infiniti altri dottori, che la medesima cosa, e con le medesime frasi affermino: per modo che, ravviluppata con tante fasce, impiastrata con tanti cerotti addosso, quella ch'essi espongono o non ti par ragione, o parti ragione malata; anzi in agonìa. Talora in mezzo a questi salvatici scritti ti capitano citazioni greche o latine degli scrittori magni, le quali pare che stupiscano di trovarsi là dentro, come succede ad un galantuomo, preso per isbaglio, di vedersi in prigione fra una geldra di furfanti. Un meccanismo tutto materiale ha presieduto alla compilazione di coteste opere; e sovente tu vedi posta a capo del capitolo, o conclusione, o glossa, od altro simile spartimento del lavoro una sentenza assoluta, dopo la quale vengono schierate come manipoli in battaglia le tante dichiarazioni, e di tanto diverso concetto, che invece di chiarirti il pensiero gli calano di mano in mano una benda su gli occhi, e gli fanno buio: nè basta ancora; ecco succedere le ampliazioni, le quali tirano coi denti il primo pensiero a conseguenze così sperticatamente disparate, che ogni memoria del punto donde hai preso le mosse va perduta. Come se poi tutto questo fosse poco, esaurite le ampliazioni incominciano ad attelarsi in ordinanza le limitazioni, di cui lo scopo consiste nel restringere il principio annunziato in tanta angustia di termini, che oggimai tu ignori qual via tu debba tenere, o a qual partito appigliarti. Ogni raziocinio è posto in bando: autorità fa legge; sintesi e dogma ti battono alterni colpi sopra il cranio come due fabbri il martello su la incudine. Interrogato un giureconsulto, qual differenza corresse fra legato e fideicommesso, rispondeva: che in quanto a se ei non la sapeva discernere, ma che ci doveva essere; avvegnadio se non ci fosse stata lo Imperatore non avria distinto un atto col nome di legato, e l'altro con quello di fideicommesso! La intelligenza umana intisichita per difetto di luce, si sgomenta e si accascia sul pavimento, rassegnata a cucciare sopra la paglia: pervertito così il senso del retto, il torto e la ragione compaiono accidentalità della forza o della frode, secondochè trionfano o perdono; e il santo ministero della giustizia e della difesa diventa un palio di Siena, dove, purchè prima si giunga, anche le nerbate a traverso la faccia contano. Mentre un curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di una lucerna sfoglia uno scrittore in traccia dell'autorità che valga a sostenere il suo assunto, e la trova; il suo avversario curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di lucerna va squadernando il medesimo scrittore in traccia della dottrina contraria, e la trova. Corre nel fòro un dettato che ammonisce, i dottori aver detto tutto; ed è vero: ma in sofisma, e in errore; e se avessero detto meno, beati gli uomini!—In paragone a questo rovinare giù a scavezzacollo del nostro intelletto, navigare senza bussola egli era andare a nozze; conciossiachè senza bussola si arrivasse tentoni, ma alla fine si arrivasse, e qualche stella schiariva quasi sempre il cammino;—qui poi si precipita irrimediabilmente in perdizione. Il contagio dello intelletto con lieve passaggio si attacca al cuore; la coscienza del forense diventa atea, e lo studio del diritto si converte in istudio di torturare, e, potendo, strangolare il diritto; in trovare puntelli alla tirannide, in cucire al dispotismo una gonnella da prete per farlo comparire galantuomo nella processione del Corpus Domini. Ai giorni nostri l'avvocheria va a poco a poco, e, come dicevano i latini, guttatim, riacquistando la pristina dignità; però rimangono anche troppi curiali che si rotolano nel fango come in un letto di parata, e togati sofismi si divorano il mondo peggio delle cavallette di Moisè. Carattere eterno del vero e del bello noi dobbiamo estimare la semplicità e rammentarci che la verità incede nuda: badi la eloquenza pertanto, e badi bene, di non avvilupparla in mantelloni alla Bernini: a lei basta il velo, che un giorno Socrate scultore ricingeva intorno alle Grazie. La digressione, a vero dire, si produceva più oltre ch'io non pensava; ma oggimai è fatta, e a cancellarla l'animo non mi basta: la conchiuderò affermando in coscienza, che colui il quale si avvisasse di fare della massima parte del libri forensi un falò in onore della ragione umana, si meriterebbe il nome di Omar della civiltà[1].

Il Farinaccio dunque non era uomo da paragonarsi a Francesco Bacone da Verulamio suo coetaneo; tutt'altro: però come perito nella dottrina forense lui salutavano principalissimo a quei tempi. Irrequieto e insistente, spesso a forza d'industria egli seppe condurre a buon fine difese ritenute disperate; e ciò gli fruttava amplissima fama di sapere da quei medesimi giudici i quali avevano ceduto piuttosto alla importunità, che alla persuasione sua, e questo s'intende; però che volessero confessarsi vinti dalla scienza, non già dal fastidio. La vitalità, che in lui sovrabbondava, non gli facendo rinvenire nello esercizio della sua professione fatica sufficiente a stancarlo, nè i tempi concedendo vacare a pubblici negozii, egli si diede in balia della crapula e della lussuria…

Il suo temperamento in questo gli valse per modo, che consumata talora la intera notte nelle lascivie e nel giuoco, la mattina poi si mostrò pronto, e disposto al travaglio più che mai fosse stato. Con tanta foga si abbrivò nel mare dei vizii, che percorso in breve tutto quel tratto ch'è dominio del peccato, giunse là dove incominciano i confini del delitto; e corre fama eziandio ch'ei li varcasse; ma per virtù d'ingegno, ed in grazia delle protezioni che coltivava potentissime in Corte di Roma, gli riuscì sempre a cavarla netta. Clemente VIII, legale anch'egli, e che per avere appreso diritto a Roma, a Bologna e in Salamanca si reputava una cima, lo aveva avuto in grandissima, pratica mentr'era auditore di Ruota, e sovente diceva di lui: egli è un tristo sacco, pieno di buona farina. Come facile a donare, il Farinaccio si mostrava anche facile a prendere: costumava creare debiti più che poteva, un po' per bisogno, e molto più per genio; dacchè estimando poco i vincoli dell'amicizia, e quelli della parentela ignorando, soleva dire che il più saldo legame, il quale, secondo lui, tenesse uniti insieme gli uomini era il debito, concorrendo tre funi a formarne il nodo: la benevolenza del creditore pel debitore, la speranza di ricavarne un grosso interesse, e la paura di perdere frutto, e capitale; per la qual cosa egli teneva per fermo, che anche alla spada di Alessandro Magno sariasi torto il filo, se si fosse provata a tagliarlo. E nonostante ciò, sotto quel cumulo di vizii si trovava rannicchiato un ottimo cuore propensissimo ad atti generosi, purchè brevi, e di sagrifizii, a patto che non lo stogliessero di soverchio alle sue passioni dominanti. Pronto a sdegnarsi e del pari sollecito a placarsi, passava dal pianto al riso, e sopra tutto oblioso di qualsivoglia più lugubre caso; avvantaggiandosi con lo esempio del re David, che digiunò e pregò finchè il figlio avuto da Bersabea stette infermo, e morto poi si levò dal pavimento, bevve e mangiò dicendo: «Salute ai vivi, e buon viaggio ai morti!»

Ora vuolsi sapere come sul declinare del mese di agosto, certa mattina un carbonaro, fasciando alla porta dello studio dello avvocato quattro muli carichi di balle di carbone, entrasse arditamente nell'anticamera con ambe le mani nelle tasche delle brache, e il cappello piegato sopra un orecchio in sembianza di duca. Gli scrivani, vedutolo con la coda dell'occhio, non si mossero, e continuarono a scrivere senza mai levare il capo di sopra la carta.

—Oe! Ci è l'avvocato?

—Qui no… a casa forse…

—Io vi domando se sia qui, non a casa.