—Deh! signore Avvocato, non vi calga saperlo: sono un uomo,—e se questo può commuovervi,—un uomo che non ha uguale al mondo nella miseria.
—No… confidenza per confidenza: come volete ch'io mi apra a voi, se voi intendete restarvi chiuso con me?
—Le parti non sono uguali. Della discretezza vostra io non dubito; del vostro onore molto meno: non mi trattiene paura, imperciocchè maggior danno di quello che io patisco ormai non mi può cascare addosso; e non pertanto io vi supplico in grazia a lasciarmi il mio segreto…
Suonava in coteste parole tanta umiltà di preghiera, così elle s'insinuavano dolcemente nel cuore di Prospero, che a lui parve villania espressa insistere, e si rimase.
—Orsù, dunque, sia come vi piace; ed io allora vi dirò (e rese la voce più sommessa) che credo pur troppo la fama pubblica ben si apponga; e tale credendo fermamente io, come con presagio di buon esito potrei tirarmi sopra le spalle carico così grave e pericoloso? Voi, mio carbonaro, avete l'aria di sapere quanto me quello che lasciò scritto Dante Alighieri:
Chè quando l'argomento della mente Si aggiunge al mal volere ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente.
—Dunque vi basta il cuore a lasciar perire senza difesa coteste creature, innocenti quanto nostro Signore Gesù Cristo?
—In primis voi dovete sapere che la difesa dei parricidii non viene mica de jure, bensì concedesi per grazia; in secondo luogo, o ditemi un po' voi come facciate a sostenerli innocenti?
—Io?—Lo assicuro di certo… perchè… perchè quegli che uccise
Francesco Cènci… sono io.
—Voi?—E voi chi siete?