—Ebbene, alea jacta est. Però, e non ve lo nascondo, io passo il Rubicone con tale uno stringimento di cuore, che io non provai mai l'uguale in vita mia. Dio ci aiuti! Questa volta io temo che il pesce non tiri dietro il pescatore: ma non è ciò, che maggiormente mi travaglia;—io dubito appigliarmi ad un partito donde, piuttostochè vantaggio, abbia a nascerne l'ultima rovina. Comprendo bene, che in istato peggiore di quello nel quale di presente si trovano non ponno i signori Cènci cascare; e tuttavolta non vorrei esser io quegli che dà loro la pinta. Voi poi, Monsignore, non vi sconfortate che per questo io abbia a procedere tepido, o irresoluto: mai no; anzi prendete coraggio dallo esempio del nostro Redentore, a cui in questo caso, comecchè indegnissimamente, io mi rassomiglio. Egli pregò che il calice amaro fosse risparmiato alle sue labbra, ma poi lo accettò di gran cuore, e lo bevve da valoroso.—Ora andate; e vivete sicuro che quanto cervello può immaginare e bocca dire, tutto sarà da me messo in opera per la salute dei vostri raccomandati.
—E a questo mi aspetto: a caso disperato sovverranno altri partiti.—Voi la vedrete…voi vedrete, dico, la signora Beatrice… non le parlate di me…in nulla…o piuttosto, sì, parlategliene… e presentatele questo anello, che vi acquisterà credito presso di lei. Fra noi sta il sangue di suo padre…va bene…ma io l'ho sparlo per lei…ed io l'amo…ed ella non potrà cessare di amarmi:—uno sempre legato all'altro, e non pertanto perpetuamente divisi;—il nostro affetto è fiore che coglierà la morte.—Qui sfibbiò la cintura che portava attorno la vita, e gliela porse: l'avvocato fece atto di ricusare, e le sue guance si accesero; ma il Guerra insisteva dicendo:
—Già non si crede con questa o con altra moneta ricompensare degnamente l'opera vostra; io mi vi professo grato per la vita, e ricusando voi mi affliggereste: ora io di affanni ho anco troppo, e voi, signor Prospero, lo sapete.
E il signor Prospero riteneva a tutta possa il proponimento di recusare la moneta; ma sentiva, come neve al sole, liquefarselo davanti al pensiero, che nel giorno seguente gli scadevano le usure da pagarsi a Sansone giudeo; quel Sansone a cui il Farinaccio aveva applicato quel verso di Marziale «Nec tecum possum vivere nec sine te», ch'egli avea volgarizzato per suo uso così:
Nè teco posso vivere, Giudeo, nè senza te.
Il Farinaccio rimasto solo si trattenne alquanto a meditare intorno alla singolarità de! caso, e lo infortunio che gravitava sopra la sventurata famiglia dei Cènci: poi subito volse la mente a completare il concetto della difesa, che prontissimo pensò aver trovato; incerto, è vero, e pericoloso, ma che a lui parve unico da abbracciarsi. Peccato grave del Farinaccio fu ancora questo, che tra per possedere percezione delle cose quanto altro mai veloce, e per la sopravvenienza delle faccende le quali non gli concedevano tempo di approfondire i giudizii accoglieva le prime idee che gli si presentavano alla mente, ed in quelle ostinavasi. Quasi sempre, a vero dire, imbroccava del segno; ma se mai errava, non ci era più rimedio; conciossiachè facendo seguitare subito la idea dalla esecuzione, veniva a chiudersi la strada di tornare indietro. Finalmente, come l'amen in fondo degli oremus, penso anche ai ducati del Guerra. Avrebbe voluto non averli presi; ma ormai che presi gli aveva, gli rinchiuse dentro lo scrigno; e subito dopo, pronto e fedele, si mise in moto conducendosi ai palazzi dei cardinali Sforza e Barberini, i quali trovò confortatori nell'assunta impresa, ed a sovvenirlo col proprio credito dispostissimi. Con esso loro concertò il colloquio col cardinal nepote Cinzio Passero, non menochè le cose opportune a toccarsi in faccenda così dilicata; ed eglino, studiosi di giovare ai Cènci, si offersero, come fecero, aspettare alla posta assegnata, dentro una carrozza senza stemma, lo esito dello abboccamento, per agire poi con ispeditezza a seconda dei casi.
———
Il Luciani, il quale pel fastidio dello attendere brontolava come mastino a catena, sentì chiamarsi allo improvviso per nome; e levate le ciglia in alto, vide apparire un camerario, che gli disse:
—Signor Giudice, sua Eminenza vi dà commiato, e vi ordina per ora sospendere ogni procedura: in seguito ordinerà.
E queste parole il camerario gli disse superbamente, imperciocchè i servi per ordinario posseggano l'odorato più sottile dei segugi per distinguere quando una persona è in fiore, quando è matura, e quanto sta per cascare dalla grazia del padrone. Il Luciani, offeso di quell'essere buttato là come un trabiccolo a mezzo luglio, e più trafitto dal modo, guardò in cagnesco il camerario, quasi gli volesse dire: