Il Farinaccio raffreddandosi pensò, che gittare le perle davanti a costui egli era proprio un far contro alla legge dello Evangelo; onde, per riparare al tempo perduto, si restrinse a raccomandargli presto presto di ricevere la confessione della fanciulla tale e quale gli sarebbe stata dettata da lei, e si allontanò.
Il Luciani, poichè ebbe tentato invano di far comparire Beatrice davanti al suo tribunale, si recò in compagnia dei colleghi e notari al carcere della desolata, e ne raccolse lo esame; col quale, scolpando in tutto e per tutto la matrigna ed i fratelli, ella attirava sopra di se il misfatto, dichiarando come nulla avesse in se di premeditato, sibbene avvenisse per moto improvviso dell'animo, commosso dalla immanità dello attentato paterno: e, sostituendo se a Guido Guerra, narrò le particolarità del fatto presso a poco nel modo col quale era accaduto.
Alla domanda del Luciani sul come si fosse provvista del pugnale, esitò alquanto imbarazzata; poi rispose costumare da gran tempo portarlo addosso, nella intenzione di uccidersi prima di patire violenza; ma insistendo il Luciani si contradisse, ed è verosimile; che se costui si fosse industriato a trovare la verità che aborriva, come rimase pago del falso che gli piaceva, la Beatrice non avrebbe potuto sostenere la favola suggerita. Tale non essendo lo scopo del Luciani, ei bevve grosso, e reputò inutile investigare più oltre, dacchè il raccolto a parere suo era più che sufficiente per mandare a morte tutta la famiglia Cènci, giusta l'obbligo assunto. Nella esultanza di vedere quanto prima giustiziati tutti i Cènci, il Luciani obliò, o per lo meno fece tregua con l'odio che portava al Cardinale di San Giorgio; e, prese le carte processali, s'incamminò al palazzo di sua Eminenza, come la fiera porta la preda nella caverna per divorarsela in famiglia.—Entrato nella stanza di lui non aspettò di esserne richiesto; ma ferocemente palpitando,
—Abbiamo, disse,… abbiamo la sospirata confessione! Habemus pontificem.
Il cardinale Cinzio contemplando quanta parte di cane presentasse la faccia del presidente Luciani, trascorse col pensiero a certe immagini di selvaggi cannibali mandategli a donare dall'America, e si ritrasse involontariamente due o tre passi indietro.
Però, come colui che di ottima mente era, presa cognizione del processo conobbe subito la inverosimiglianza dei deposti, e la contrarietà delle circostanze: espresse anche il dubbio che i difensori non disfacessero cotesto edifizio mal connesso, come al rompere della olla incantata vanno in fumo le stregonerie dei negromanti. Ma qui accorreva pronto il Luciani a sciogliere ogni dubbio, avvertendo che le circostanze particolari dovevano trascurarsi; una cosa aversi a ritenere unicamente, e questa essere la confessione degli accusati di aver preso parte al delitto o consentendolo, o commettendolo; riuscire impossibile in qualsivoglia processo accordare tutte le contradizioni e bugie, mediante le quali i colpevoli s'industriano sottrarsi alla vendetta della giustizia: non bisogna in queste faccende andare ricercando il nodo al giunco; e quando, come ora, il misfatto è patente, e confessato da tutti, non essere punto di mestieri processi, e nè tampoco difese, come la gloriosa memoria di Sisto V ammaestrava allorchè, nel caso dello spagnuolo, disse: «Che processi, e non processi? In simili congiunture i processi sono superflui, e molto meno abbisognano le difese; tuttavolta arringate quanto volete, purchè costui sia impiccato prima di desinare; ed attendete a sbrigarvi perchè stamane abbiamo fame, e vogliamo desinare di buona ora»[4]. Questa si chiama giustizia! Questo è parlar di oro! Io vorrei vedere un po' se a Papa Clemente non debba riuscire quello che a Papa Sisto riusciva, e molto mi piacerebbe guardare in viso chiunque volesse contrastargliene il diritto. Forse le chiavi della Chiesa, da Sisto in poi, si sono arrugginite? O le mani a cui le confidava adesso la Provvidenza sono diventate più fiacche? No, viva Dio; e come non è, così nessuno deve crederlo; e il fatto ha da chiarire chi lo si pensa, e subito.
Il cardinale Cinzio non aveva bisogno di eccitamento; e poichè la trista dicacità del Luciani lusingava la sua passione, a lui parve che il nuovo presidente non avesse favellato mai con tanto senno, nè con maggiore eloquenza.
Questi successi di tanto non avevano potuto tenersi celati, che non ne corresse velocissima la fama per tutta Roma; di modo che il popolo se ne mostrava commosso stupendamente, e su per le piazze e pei crocicchi delle vie si vedevano i capannelli, e si udiva un domandare ansioso fra le persone che s'incontravano; dagli sporti delle officine di tratto in tratto sbucavano genti per ottenerne novelle; le donne stavano fitte al balcone con l'orecchio all'erta per raccogliere ogni più lieve sussurro. Io penso che con agonìa punto minore di quella con la quale gli Ebrei stavano intenti alla cima del monte Sinai pure aspettando la parola di Dio, i Romani tenessero in questi giorni l'animo volto al Vaticano in attenzione della parola, che doveva decidere il destino dei Cènci;—e questa parola si fece sentire in mezzo alla caligine precorsa da un lampo vermiglio, annunzio di sangue:
«Sieno legati tutti alla coda di cavalli indomati; strascinati finchè morte ne segua; i cadaveri poi gittati nel Tevere!»
Così aveva parlato il Vicario di Cristo Redentore. Scorse per le ossa dei romani il raccapriccio. Parve loro udire lo squillo della campana, che suonasse pei funerali di Roma. Molti recusavano fede a tale inaudita immanità; altri poi, e fra questi coloro che avevano pratica della corte e della spietata cupidità che la governava, riputavano il Papa capace di questo, e di altro ancora.