Ora sarò io forse costretto ad affaticarmi davanti a voi per dimostrare quale, e quanto reato sia lo incesto contro la propria creatura? Pare a voi che gli si possa paragonare lo stupro della matrigna, o della concubina paterna? Parvi ch'ei sia da agguagliarsi con le altre cause d'ingratitudine, come, a modo di esempio, se il figlio non riscattò il padre schiavo, o, se povero, non lo sovvenne? Lascio l'ecclissi al fisco, e il torcere dei fiumi alla sorgente; ed in prova della enormità del misfatto io vi rammento come il divino Aristotile, nella Storia degli Animali, racconti di un cavallo, il quale fatto accorto di essersi mescolato inavvertentemente con la madre sua, venne soprappreso da così insanabile dolore, che non gli parendo ormai di potere più vivere si lasciò scoscendere giù da una rupe, punendo così da se stesso la involontaria empietà, e liberando il mondo da un tristo oggetto dell'odio degli Dei.
Fino dalla più rimota antichità, in ogni periodo del vivere comune fra gli uomini andò impunito lo sventurato, più che colpevole, che per evitare lo incesto trafisse il suo parente, come si legge di Semiramide uccisa dal suo figliuolo Nino mentre lo ricercava di scellerato abbracciamento; di Ciane figlia, la quale ammazzò il padre Cianno che l'aveva stuprata; di Medulina, che, deflorata dal padre ebbro, quello senza misericordia condusse a morte; e, per causa meno iniqua delle rammentate, Oreste, trucidata la madre, mentre da una metà dei giudici vien condannato e dall'altra assoluto, Minerva, dea della Sapienza, scende invisibile a depositare nell'urna il voto assolutorio, per la qual cosa il figliuolo di Agamennone ne usciva impunito. Questo esempio a me piacque referire non perchè si abbia a credere come buono litteralmente; ma per dimostrare come quel popolo civilissimo della Grecia non dubitasse immaginare che la suprema intelligenza, uscita adulta e armata dalla mente di Giove, concorresse a bandire degno più di pietà che di castigo il figlio spinto a trucidare la madre, per vendetta, comecchè tarda, della strage paterna.
La legge prima, al paragrafo finale del Digesto de sicariis, ammonisce espressamente andare immune dal rigore della legge chiunque uccida per causa di stupro violento, a se od ai suoi arrecato; e contemplando caso meno duro, la legge Isti quidem, quod metus causa ci fa scorti che dal timore dello stupro, come quello che percuote più veemente assai del timor della morte, possiamo a diritto liberarci trafiggendo colui che lo incute, quando non ci sovvenga altro partito migliore. A me, la Dio grazia, non manca copia di esempii i quali chiariscono scusabili coloro che ammazzano il violento commettitore dello stupro. Leggesi in Valerio Massimo come Caio Mario sentenziasse equamente ucciso Caio Lucio nepote da Caio Plozio Mancipulano per liberarsi dallo stupro; e Virginio era dichiarato incolpevole della strage della figlia, però che in questo modo operando egli la sottraesse alla libidine di Appio. Quindi a maggior ragione deve reputarsi scusabile Beatrice Cènci condotta a più estrema necessità. Insania, per non dir peggio, parmi ed è la pretensione del fisco, che vuole Beatrice non dovesse spengere, bensì accusare il padre suo. Io già vi esposi com'ella, mediante epistole, a personaggi di molto credito si raccomandasse, onde dagl'imminenti acerbissimi casi procurassero preservarla. Nel giorno del convito, di cui vi tenni parola, con accese supplicazioni n'esortò i convitati atterriti dalla ferocia del Cènci; alfine indiresse memoriali al soglio pontificio. Se più alto, misera!, ella non potè levare la voce, la vorrete voi incolpare perchè la chiudevano troppo spesse le mura, i sotterranei profondi, resistenti le porte, la custodia rigidamente sospettosa? Dunque incolperete la supplichevole se i vostri orecchi, assordati dai tripudii della vittoria, non poterono ascoltare il gemito della sventura? Ci assista Dio! Tanto varrebbe di ora in poi mandare assoluto il ladro, e punire il derubato perchè le cose sue con sufficienti serrami non assicurò; non più il feritore, ma il ferito deve inviarsi all'ergastolo perchè si lasciava cogliere inerme dalle insidie, che gli tendeva proditoriamente il suo nemico.
E fosse, anche per ipotesi, che la bisogna andasse come il fisco suppone; la signora Beatrice avendo ucciso, e non accusato, meriterebbe la pena della deportazione soltanto, secondo il precetto della legge del divo Adriano, e non quella dell'ultimo supplizio.
Il fisco erra eziandio quando sostiene che le cagioni addotte da me valgano in caso di attuale, ed impendente violenza, e non quando tra la violenza e la strage corra certo spazio di tempo, ed allorchè la morte sia stata data di mano propria, non già procurata per mezzo di sicarii.
Va errato, io dico, imperciocchè la signora Beatrice confessi ben ella avere ucciso il padre di propria mano, però nell'atto stesso che stava per consumare la violenza; ed avvertite che, desta a forza, tra lo spavento e l'ira fors'ella non ravvisò, anzi non riconobbe di certo, il padre suo. E poniamo ancora che lo avesse riconosciuto… Ma sapete, o Signori, che io, non me ne accorgendo, ho profanato fin qui un nome santissimo; imperciocchè può egli darsi, senza offesa manifesta della natura e senza ingiuria di coloro che ne sono meritevoli, questo titolo a Francesco Cènci? Quando uno sciagurato rompe il confino che la natura e Dio posero fra padre e figlio; quando egli nè protegge nè ama la sua creatura, all'opposto la perseguita e l'odia, il corpo ne calpesta e lo spirito, quegli non è più padre; anzi tanto è più scellerato, e meritevole di morte, quanto erano maggiori in lui gli obblighi di proteggere e di amare.
E fosse anche, per ipotesi ch'io nego, che la signora Beatrice uccidesse lo sciagurato non mica su l'atto, ma dopo, sarebbe da irrogarsi non già la pena dello estremo supplizio, bensì della deportazione. La legge del divo Adriano si versa appunto sul caso di figlio spento dal padre suo, non colto su l'atto, anzi dopo certo intervallo di tempo, mentre si aggiravano insieme per le selve cacciando. Dove il padre lo avesse sorpreso sul fatto, allora non lo avrebbero dichiarato meritevole della deportazione per la strage del figlio, sibbene lo avrebbero dimesso. Tutti i dottori ci ammaestrano come il giusto dolore della offesa diminuisca la pena anche quando sia trascorso molto tempo fra la ingiuria e la morte.
E nella città nostra, in questa curia stessa occorrono esempii di pene mitigate per la fragilità del sesso, senzachè giusta causa, o pretesto si sapesse dedurre per attenuare il delitto; e non volgono adesso molti anni che questo avvenne in causa di parricidio, dove alla figlia ed alla madre colpevoli si ebbe benigno riguardo. Ed io dovrò credere che si deva adoperare spietato rigore a danno di una leggiadra, e, quello che importa più, innocentissima fanciulla?
Ma deh! con la innocenza sua le valga la età breve di tre lustri appena compiti, che non consente le truci cose concepiscansi, nonchè commettansi; le valga la stupenda bellezza, per cui è maraviglia di quanti la mirano. L'oratore Ipperide svelate ai giudici le grazie dell'accusata difesa da lui, così ne inteneriva i cuori, che quelli non si attentarono a condannarla. Ed oh! perchè non è qui presente la signora Beatrice? che io vorrei mostrarvi quella fronte distesa dalle dita di Dio, tutta candore, tutta soavità, messa nel mondo a far fede quale sia il sembiante della innocenza nei cieli, e dirvi: Orsù; segnatevi, se ardite, una nota d'infamia!
Ma dove sono io trascorso? E dove mi ha tratto la soverchia ansietà di veder salva ad ogni costo la egregia donzella? Ritorno sul cammino percorso; mi pento di avere implorato pietà; mi condanno per avere chiesto misericordia: non perchè sconvenga ricorrere in verun caso mai ai benevoli affetti dell'uomo, che sono sempre i migliori; ma perchè mi sembra che di questi possa fare a meno la signora Beatrice nel duro passo in cui l'ha travolta la fortuna.—Quando noi tutti saremo morti, e delle nostre ossa non si troverà neppure la cenere:—quando i nostri tempi e le nostre cose andranno obliati, il nome di Beatrice Cènci farà palpitare il cuore di quelli che allora vivranno:—come il segnale galleggiante sul mare avverte che nel profondo delle acque giace l'ancora, così Beatrice Cènci, a noi sola superstite nella fama, ricorderà questi anni ingloriosi caduti irrevocabilmente dentro lo abisso del passato. Poichè da lei avrà titolo e nome il secolo, sta a voi, o giudici, a fare in modo che ne torni ai posteri o sempre gradita, o sempre abbominevole la ricordanza.