Lungo, alto, terribile fu il silenzio. Si udiva distinto lo schioppettio delle candele, che si consumavano ardendo: l'arena dell'orologio a polvere si faceva sentire rovesciare i granelli sopra i granelli: il rodere della tignuola i travi della sala feriva l'orecchio:—silenzio di morte.

—Dunque sono vili i miei giudici?

Questa voce improvvisa conturbò fin dentro le viscere quei pallidi venduti. Donde mosse ella? Gli occhi non possono distinguere nè da qual parte venne, nè da cui. I labbri che la profferirono schifano la luce: fra le ombre, in alto della sala, s'intende un uomo agitare le membra gravi. Da lui per certo si partiva cotesta voce, e i giudici lo hanno pensato; sicchè tutti assorgendo in piedi da quella parte hanno appuntato lo sguardo. E chi è colui, che anche in Roma ha comando? Egli è il sacerdote scettrato, il Vicario di Cristo Redentore, quegli che faccia a faccia favella con l'Agnello di Dio, che immolò se stesso alla salute degli uomini… E chi altri, tranne che lui, avrebbe osato in Roma favellare di morte?

Disperatamente il preside afferrò la penna: abbrividendo la intrise nello inchiostro, che gli parve sangue; abbrividendo firmò… ma pure firmò; e poi, senza piegare il collo, così obliquamente con la mano sospinse il foglio al suo collega, e questi firmò, e fece come quegli, e così gli altri. Se gli Angioli videro cotesta infamia, certo piangendo si copersero gli occhi con le ale. Ma essi firmarono, poi uscirono. Clemente VIII scese con pesanti passi dal trono, si accostò alla tavola, stese a stento la mano trafitta dalla podagra alla sentenza, e poi gemendo di angoscia se la ripose nel seno, come un pugnale.

I giudici si separarono muti, ognuno detestando se stesso e gli altri. Nel buio della notte, chi qua chi là andò studiando il passo, a mo' di ladri paurosi di essere incontrati dal bargello. Tutti riceverono il prezzo del sangue: promossi a carica più eminente, ebbero stipendio maggiore: nessuno sentì la verecondia di Giuda, riportando i danari al sacerdote; nessuno il rimorso di lui, impiccandosi al primo albero che si parò loro davanti per la via: vissero, e morirono disprezzati e aborriti per di dentro; piaggiati, da cui ne aveva bisogno, per di fuori; e venuti a morte, con meno di uno scudo i parenti comprarono un epitaffio da dozzina, il quale, inciso sopra una lapide quattro volte più grande di quella che per molto spazio di tempo coperse in Roma le ossa di Torquato Tasso, faceva fede cotesto carcame essere appartenuto a magistrati integerrimi, della patria e della umanità benemerentissimi. Ma l'artiglio, che gli straziava fra la camicia ed il petto, non compariva di fuori; i loro tormenti non ebbero, e non potevano avere consolatore: soffrirono muti, nè osarono levare neppure un gemito per sospetto che l'eco lo raccogliesse, e lo rincacciasse loro nel volto come un'accusa. Adesso cotesti giudici da secoli furono giudicati. Torciamo lo sguardo dal loro destino, imperciocchè quei ribaldi non meritino nè anco una maladizione.

CAPITOLO XXVI.

LA CONFESSIONE

Di sante preci il frate soccorrea
La derelitta alla tremenda andata;
E levata la mano la sciogliea
Benedicendo, dalle sue peccata.
GROSSI, Ildegarda

Il Papa si era riposto nel seno la sentenza come un pugnale, e, a modo di sicario, luogo e tempo studia per adoperarla. Il compianto del popolo gli giungeva al Vaticano come il fiotto della marea in tempesta, ed egli aspetta che quei cavalloni dello impeto popolare posino alquanto per condurre a fine lo immutabile proponimento.

Mentr'ei così speculando attende la occasione, ecco la fortuna mettergliene una nelle mani, ch'egli stesso non avrebbe potuto immaginare più tempestiva, o migliore. Francesco Cènci, come sovente a se medesimo augurava, fu fatale alla sua famiglia non pure in vita, ma parve davvero che anche dopo morto stendesse la destra fuori del sepolcro per afferrare i suoi parenti, e cacciarveli dentro insieme con lui. Quel Paolo Santa Croce parente delta famiglia Cènci, di cui fu tenuto proposito sul principio di questa storia dolorosa, sempre fisso nel proponimento di ammazzare sua madre donna Costanza, non aveva fino allora rinvenuto modo per poterlo fare senza suo manifesto pericolo. Ora accadde che cotesta sciagurata signora si recasse a Subiaco, per curare col vivido aere della campagna la declinata salute. Don Paolo, avvertito di ciò, si conduceva di celato in quelle parti, e presentatolesi dinanzi la uccise senza misericordia a colpi di stile: poi, fatta raccolta del meglio si trovava nel feudo dell'Oriuolo, fuggì la giustizia del mondo, non quella di Dio; conciossiachè si ricavi dalla storia del signor Novaes, come indi a breve egli si conducesse a fare tristissima fine. Per questo caso si sparse per Roma maraviglioso terrore; e il Papa, usufruttandolo in pro suo, si dispose a spiegare rigidezza. Pertanto ordinava si arrestasse don Onofrio marchese dell'Oriuolo fratello di don Paolo, indiziato di complicità con lui. Il bargello eseguì il comando mentre questo povero signore tornava a casa, dopo aver giuocato una partita al pallone nel palazzo Orsini a Montegiordano; e comecchè dal processo non si ricavasse altra prova, oltre quella di avere scritto al fratello che se le turpitudini materne affermategli da lui fossero vere si comportasse da cavaliere, fu condannato a morte. La casa Orsina, potentissima di aderenze e di credito, a cui per la morte naturale e civile dei Santa Croce ricadeva il feudo dell'Oriuolo, si mise a celebrare a piena gola le lodi del papa pel salutare rigore, e trasse seco buona parte della nobiltà. Questi elogi poi crebbero smodati quando la Camera, senza contrasto, acconsentì che il feudo mentovato si devolvesse a casa Orsina; e ciò fu fatto col sottile accorgimento di fuggir faccia di cupidigia, ed appianarsi la strada a ingoiare i beni di casa Cincia, a cui miravano gli Aldobrandini: ancora il cardinale San Giorgio aguzzando il cervello faceva foco nell'orcio, spargendo ad arte discorsi dattorno per impaurire i già troppo atterriti cittadini. Non padre, non madre, diceva la gente sobillata, essere ormai più sicuri nelle domestiche pareti; ogni vincolo di natura disciogliersi; pericolo procreare figliuoli, pericolo allevarli lattanti, più imminente pericolo tenerli in casa adulti. Lo sgomento universale prendeva mille voci e mille aspetti, senza trascurare, come sempre avviene, anche il grottesco; dacchè padre Zanobi, maestro dei novizii nel collegio dei Padri Gesuiti, levando gli occhi al cielo con un grosso sospiro affermava, che ai giorni nostri i poveri genitori correvano pericolo di addormentarsi vivi, e di svegliarsi ammazzati.