Il popolo, seguendo l'antico costume, dopo avere gonfiato il flutto della sua passione fino all'altezza jemale andava di mano in mano decrescendolo, per quietarlo finalmente nella inerzia. La compassione popolare aveva accompagnato Beatrice fino alla soglia del carcere: colà essendole state chiuse le porte in faccia si pose in sentinella, e vigilò tutto quel giorno e buona parte anche della notte: finalmente si sentì stanca, e digiuna; il sonno le prese gli occhi, la fame i visceri: aggiungi che la notte si faceva buia, e nessuno la vedeva. Ora la compassione, sia pur della buona, se non è vista si scolora; e per di più la notte stringeva fredda; ond'ella, dopo avere tentennato un pezzo fra il sì e il no, decise ridursi a casa per tornare il giorno appresso per tempo. Colà giunta ella bevve, mangiò, e giacque nel letto: quando la mattina si levò aveva quasi dimenticato la Beatrice, e una volta che fu per la strada le occorse un caso che la fece piangere, e quello che cadde sotto i suoi sensi ebbe virtù di farle obliare quanto aveva raccomandato alla memoria. Il cuore del popolo deve bastare per tante sciagure, che non può affannarsi lungamente ed intero per taluna di quelle.
Beatrice si rimase sola co' suoi dolori. Oh! questi, sì, ci rimangono fedeli, e non ci abbandonano mai finchè non ci abbiano consegnato alla morte in proprie mani. Gli uomini costumano dire: fedele come un cane. S'ingannano; e' dovrieno dire: fedele come il dolore, e direbbero meglio.
Quando al Papa parve tempo di muovere l'antenna e sciogliere la vela, chiamato a se monsignore Ferdinando Taverna, che stava in agonia del cardinalato conferitogli più tardi sotto il titolo di Santo Eusebio, gli consegnò la sentenza dicendogli:
—Vi renuncio la causa dei Cènci, acciò quanto prima ne facciate la debita giustizia.
E subito dopo, per sottrarsi alle molestie, ed alla paura di doventare pietoso, se ne andava a Montecavallo, sotto pretesto di trovarsi più sollecito la mattina seguente a consacrare monsignore Drikestein, vescovo di Ulma nella Svevia; in verità poi affinchè gli ordini dati sortissero tostano, e pieno compimento.
Monsignor Taverna, arnese docilissimo delle volontà papali, si ridusse di corsa al palazzo, dove, adunata senza indugio la congregazione dei giudici criminali, divisarono insieme il modo di dare esecuzione la mattina veniente alla senitenza.
Nello aulico estratto del Giornale della confraternita di San
Giovanni decollato in Roma, l. 16. carte 66, leggiamo:
«Venerdì ai 10 settembre 1599 a due hore di notte fu fatto intendere che la mattina seguente si doveva fare giustizia di alcuni nella Torre di Nona, e di Carcere Savella, et però a cinque hore di notte adunai la confraternita, cappellano, sagrestano, e fattore, et andati alle carceri di Torre di Nona, et fatte le horationi ci furono consegnati gl'infrascritti a morte condannati, il signore Jacomo Cènci et il signor Bernardino Cènci fratelli, del quondam signor Francesco Cènci. In Corte Savella alla medesima hora andata una parte dei confratelli, et entrati nella nostra cappella, et fatte le solite horationi ci furono consegnate le infrascritte a morte condannate, la signora Beatrice Cènci figlia del quondam signore Francesco Cènci, e la signora Lucrezia Petroni moglie del quondam Francesco Cènci gentildonne romane».
E poichè mi par debito, dopo due secoli e mezzo, rammentare ai presenti il nome di coloro che assisterono alla miserabile tragedia, non mi fie grave trascriverli qui come io li trovo registrati nel medesimo estratto.
«Alle predette carceri di Torre di Nona furono presenti messere
Giovanni Aldobrandini, messere Aurelio del Migliore, messere Cammillo
Moretti, messere Francesco Vai, e messere Migliore Guidotti; chiamati
in supplemento Domenico Sogliani segretario, e l'illustrissimo
Cappellano. A quelle di Corte Savella andarono Anton Maria Corazza,
Horatio Ansaldi, Anton Coppoli, Ruggiero Ruggieri confortatore,
Giovambattista Nannoni sagrestano, Pierino fattore et il nostro
Cappellano, et io Santi Vannini, che scrissi».