Cosa stupenda, e nonpertanto riportata dai ricordi del tempo: poca ora dopo, nella stessa Roma, altri meditava la medesima impresa! Fu creduto che questi fossero mossi segretamente da Maffeo Barberini col mezzo dei suoi fidati: forse non era vero, ma egli procedeva molto acceso in questo negozio. Il fato della Beatrice, e la sua inclita bellezza lo avevano tocco profondamente. La diligenza ch'egli pose a procurarsene il ritratto, di cui parlerò fra poco, e gli onori che ottenne si rendessero alla salma della gentil donzella, assai aperto il dimostrano. Forse fu bontà somma in lui, educato alle ottime discipline e cultore non infelice della poesia; forse amicizia fervente per Guido, e potrebbe darsi anco amore per la Beatrice; avvegnadio nè porpora cardinalizia, nè rispetto di amico possano impedire amore d'insinuarsi nel seno degli uomini, ma solo che, prorompendo, trapassi i confini dell'onesto: questo solo possono, e qualche volta facciano.
Se Guido avesse le proprie congiunto con le forze di Maffeo avrebbero per avventura conseguito lo intento; ma parendogli di essersi prevalso anche troppo del suo amico, non volle, per intempestiva discretezza, impegnarlo in nuove fortune difficili, e piene di pericolo.
Questa seconda congiura per salvare Beatrice si componeva di Artisti, i quali comecchè sieno usi ad effigiare la bellezza fisica, tuttavolta, per quel secreto vincolo di parentela che stringe fra loro tutte le cose buone e leggiadre, agevolmente s'innamorano anche della bellezza morale. Quando ti senti l'occhio afflitto dalla diuturna contemplazione della turpitudine umana, volgilo sopra gli Artisti, in ispecie giovani, e lo riposerai.
A questa schiera di giovani facevano capo molti familiari delle più cospicue casate di Roma, messi su sotto mano dai loro patroni, ai quali pareva ricevere gravissimo torto in cotesta strage Cinciana. Su tutti gli altri, ci raccontano le storie del tempo, sentivasi agitato da smania irrequieta Ubaldino Ubaldini, giovane fiorentino artista di grandi speranze, che sarebbe salito in alta fama se la morte non lo coglieva immaturamente: egli fu il pittore che disegnò la testa di Beatrice come amore disperato gliela impresse nel cuore, nell'atto di essere condotta al supplizio. Guido Reni in quel tempo non si era anche mosso da Bologna, sua patria, a Roma: vi andò sul finire dell'anno 1599, o su i primi del 1600, come si ricava apertamente dalla sua vita stampata nella Felsina pittrice. La tradizione pietosa narra avere Guido Reni dipinto il ritratto della Beatrice nella vigilia della sua morte: però, come erronea, vuolsi emendare; imperciocchè se il caso fosse vero, tornerebbe in massimo disdoro così della vergine come del pittore. Della Beatrice, perchè si tirerebbe addosso la taccia di biasimevole vanità, dovendo l'anima sua in cotesti solenni momenti stare, siccome veramente stette, assorbita nel pensiero di Dio, e negli affetti più puri: del Reni, però che la mano del pittore che vale a dipingere, senza tremito, un caro infelice prossimo ad esser tratto a morte immeritata, svela un cuore stupido, o perverso.—Questo ritratto dipinto da Guido Reni, ai giorni nostri conservasi a Roma nel palazzo dei Principi Barberini, e va attorno inciso dal Volpato, e meglio dal Morghen.
Anche di questi congiurati era disegno fare impeto nella processione, rapire Beatrice, e gli altri condannati; riporli dentro una carrozza attaccata a poderosi cavalli, e trasportarli al mare. In numero costoro sorpassavano i compagni di Guido, ma n'erano superati per valore, e per abito di mettersi allo sbaraglio nelle più sanguinose baruffe. Per segno fu destinato un tassello bianco sul capo. L'Ubaldini terrebbe lo sportello della carrozza apparecchiata, le redini dei cavalli certo artista francese, il quale si era vantato capace di condurre il carro del Sole senza rischio di fare il tuffo nel Po.
—Per dio!—gridava lo Ubaldini percuotendo forte del pugno la tavola, non ha da morire… e non ha da morire;… meglio sarebbe…
E siccome esitava a compire il suo concetto, un compagno lo veniva stimolando:
—Meglio, che cosa?
—Meglio rompere l'Apollo di Belvedere, o il Laocoonte…
—E la cupola del Vaticano la do per giunta, arrose un terzo.