In questo modo perdonavano i Preti in Roma allora…

Alle ore ventidue era compita la strage.

Mastro Alessandro, circondato da gente a cavallo e dai birri per salvarsi dalla furia del popolo, il quale, giusta il suo costume di prendersela col sasso, e non con la mano che lo scaglia, lo avrebbe in quel momento sbranato, s'incamminò alla sua stanza di Corte Savella. Mentr'egli stava per farsi aprire la porta bassa donde entrava a mo' di lupo nella tana, la imposta si spalanca improvvisa, e ne viene sospinta una bara da mani invisibili. E' bisognò a mastro Alessandro spiccare un salto per non rimanerne offeso nelle gambe. Non era cosa fuori del consueto, all'opposto ordinarissima, che quinci fossero tratti in quella guisa i miseri consunti dal duolo, o laceri dai tormenti; e non pertanto gli sguardi del boia rimasero per uno istante abbarbagliati da un turbine di fuoco. Dopo la bara, curvi sul dorso sbucarono fuori quelli che l'avevano sospinta, e fra questi uno, il quale, come se non pregiasse, o avesse in uggia la facoltà data all'uomo di stare dritto su i piedi con la faccia volta al firmamento, a mo' di bestia camminava carpone. Egli era Otre, lo stupido ubbriaco. Uscito fuori torse la faccia, e con occhio sanguigno fissando il boia, aperse la immensa sua bocca, e disse:

—Prendi! Dio non aspetta il sabato; ti paga subito.

E levato il tappeto mortuario, scoperse il corpo inanimato della povera Virginia.—Poi alzatosi su dritto, e mostratigli i denti nella guisa che le scimmie, dispettando, costumano fare, soggiunse:

—La giunta vale la carne… to'… to'…

E barcollando si allontanava.

Il giovane Ubaldino Ubaldini fu trasportato con molto riguardo in casa la bella Renza sua sorella, che fu moglie del signor Renzi; e quivi, con quanta maggiore secretezza fu potuto, attesero a curarlo; sennonchè lo affetto paterno e lo zelo dei medici gli tornarono invano per la furiosa febbre accompagnata da delirio, che di subito lo assalì. I medici ristrettisi con la signora Renza, con le lacrime agli occhi le dettero il povero giovane come spacciato; ammonendola per di più, che se passava la nottata non sarebbe giunto a terza del giorno veniente. In vero su lo spuntare dell'alba il male si aggravò, e così com'era delirante chiese carta, e matita. Per acquetarlo glieli dettero, ed egli con la benda agli occhi, e vagellante schizzò il ritratto della Beatrice, maraviglioso a vedersi per purità di contorno, e per somiglianza; e fu questo il disegno che, pervenuto nelle mani a Maffeo Barberini, servì di scorta a Guido Reni per condurvi sopra lo egregio ritratto, del quale abbiamo già tenuto proposito.

Se taluno dubitasse della verità del fatto com'io l'ho narrato, io vo' che sappia, cotesto essere stato miracolo di amore nè nuovo nè unico. Trentun anno dopo la morte di Beatrice, Giovanni Gonnelli di Gambassi in Toscana, scultore rimasto cieco di venti anni, condusse in creta il ritratto della donna che lo innamorò, prima di perdere la luce degli occhi; il quale riuscì in ogni sua parte perfetto, in ispecie poi per la somiglianza: onde maravigliando ognuno. Giovanbattista Pallotta cardinale di San Silvestro, che ricordava il fatto dell'Ubaldino, volendoli rendere capaci come questo potesse avvenire naturalmente per virtù di amore, recitò i due versi che seguono:

Giovàn, ch'è cieco, e Lisabetta amò, La scolpì nella idea, che Amor formò[1].