La musa per questi versi non esulta, ma il cuore gli approva.
Monsignor Taverna avendo intanto scoperto lo asilo dov'erasi ricoverato lo Ubaldino, mandò gente ad arrestarlo. Invano lo avvertirono trovarsi il povero giovane in extremis; gli sbirri vollero entrare in camera: l'Ubaldino gli udì venire, e gli riconobbe in grazia del lucido momento, il quale per consueto precede la estinzione della creatura. Per la qual cosa volgendosi loro, con voce spenta favellò:
—Dite al Governatore Taverna che avete trovato un morto, il quale non muterebbe la propria sorte con quella di lui.
E abbandonatosi sul guanciale rese l'anima al Creatore.
In quei tempi correva in Roma l'andazzo, che l'associazione dei morti al sepolcro si facesse in tre tempi diversi, secondo la qualità e condizione loro. I cittadini trasportavansi sul calare del sole; i nobili, i chierici e i curiali alla una ora di notte; i cardinali, i principi e i baroni romani alle due e mezzo di notte.
I cadaveri di Beatrice e di Lucrezia, e le miserande reliquie di don Giacomo rimasero esposti fino a ventuna ora a piè della statua colossale di San Paolo, inalzata a capo del ponte Santo Angiolo: quinci remossi, erano traslocati prima al Consolato dei Fiorentini, poi alla Misericordia. Alle ore tre di notte il corpo di donna Lucrezia veniva consegnato a don Lelio suo fratello, che, a seconda del desiderio della defunta, gli diè sepoltura nella chiesa di San Gregorio.
Gli amici di casa Cènci procurarono che le membra di don Giacomo fossero tumulate in uno dei sepolcri, che aveva apparecchiato ai suoi figliuoli la immanità di Francesco Cènci.
Le sette vergini non abbandonarono Beatrice poichè fu morta; ma vinto in esse il ribrezzo della carità, le resero gli ultimi uffici lavandola diligentemente, vestendola di splendidi abbigliamenti, aspergendola di acque nanfe, e tutta circondandola di freschi fiori: la ghirlanda di rose le riposero in capo, ed un'altra di rose bianche le cinsero intorno al collo, dividendosi fra loro le prime tinte nel sangue della cara fanciulla.
Da tutte parti furono veduti convenire nuovi drappelletti di fanciulle biancovestite, per rendere onore alla sventurata sorella; gli orfani, e tutti gli ordini della religione francescana. Cinquanta torcie circondavano la bara; e tanti furono i lumi accesi alle finestre nelle strade per le quali passava la processione funebre, così copioso il nembo dei fiori piovuto sopra la bara, che il popolo minuto paragonandola con quella del Corpus Domini, ebbe a dire averla superata di due cotanti.
Alternando meste salmodie la processione pervenne sul monte Gianicolo alla chiesa di San Pietro Montorio, dove stava apparecchiato un feretro, e quivi la deposero. Allora più dolenti rinnuovaronsi i canti; aspersero di acqua benedetta il corpo infelice, e con molti gemiti le mandarono l'ultimo addio. Però la folla non isgombrò di subito la chiesa: a coloro che uscivano altri succedevano, come i cattolici costumano il giovedì santo per la visita del Santo Sepolcro; e così la notte si produsse fino alla ora sesta.