—E adesso, che cosa vi toglie essa?—Insisteva sempre e più sempre la donna, improvvida a frenare l'animo acceso.—Giacomo inasprito duramente ordinava:
—Tacete…
—E se io non volessi tacere?…
—Troverei modo a chiudervi la bocca—io—.
—Tu troverai… oh! tu hai già trovato questo… Quando poniamo i nostri capi sul medesimo guanciale, chi sa quante volte hai pensato di farvi scomparire il mio!…
—Luisa!—
—Ora la serpe ha cacciato fuori il suo veleno. Uomo crudele! Non ti basta la vittima? Tu vuoi ch'essa taccia; non mandi un sospiro, che turbi la voluttà che senti della sua morte. Abbi almeno la cortesia degli antichi sagrificatori… incorona la tua vittima di fiori, e cuoprila di porpora…
—Ma taci una volta, per amore del tuo Dio…
—No… non voglio tacere io… no; io voglio parlare… voglio accusarti della tua empietà agli uomini e a Dio—traditore —mentitore… marrano.
Lo sdegno fece ribollire la passione nel petto di Giacomo già inacerbito dalla sventura così, che, come acqua per soverchio calore ribocca impetuosa dagli orli del vaso, egli proruppe cieco e tremendo. Cacciò la mano convulsa sotto il farsetto; ma, come piacque alla fortuna, aveva perduto il pugnale: aggirandosi per la stanza frenetico gli capitò uno di quei stocchi lunghissimi, taglienti da quattro lati, che si chiamavano verduchi[10], e impugnatolo si gittò cieco di furore contro la moglie.