—E tanto vi offendono, Padre mio, le colpe del vostro figlio, che la speranza di un meritato perdono non possa scendere mai dentro il vostro cuore paterno?

—Io lascio giudicarlo a voi. Vi rammenterò cosa, la quale per essere conosciuta universalmente mi dispensa da rinnuovarne l'acerbo racconto. E chi fu quegli che condusse Olimpia a dettare lo scellerato memoriale al Papa, per cui mi svelsero dalle braccia cotesta figlia traviata con tanta ferita al mio cuore, e danno della mia reputazione?—Giacomo.—Chi procurò che cotesto libello infamatorio pervenisse nelle mani di Sua Santità?—Giacomo.—Chi fu che, prosteso ai piedi del Vicario di Cristo, lo scongiurò con sospiri e con lacrime della mia morte?—Chi?—Un nemico, forse? L'erede di uno, a cui io avessi dato la morte?—No—Giacomo—l'uomo, che mi deve la vita…

—O Padre mio, deh! via, placatevi: forse vi riportarono di Giacomo più, e peggio di quello ch'ei dicesse o facesse. Il vostro antico senno conosce l'usanza pessima dei servi di mettere male del caduto in disgrazia presso il padrone, ingegnandosi di venirgli in grado coll'aggiungere legna al fuoco.—E se anche i falli del vostro figliuolo fossero gravi come voi dite, risovvengavi ch'egli è vostro sangue;—risovvengavi che il nostro Signore Gesù Cristo perdonò a coloro che lo avevano crocifisso, perchè non sapevano quello che facevano…

—Ma Giacomo sa troppo bene quello che si faccia. Ogni giorno egli cresce nella sua empietà:—ogni ora egli si affatica a togliermi la fama, e questo avanzo infelice di vita …—Ferocemente impaziente il figliuolo meraviglia della lentezza della mia morte, a cui crebbe le ali con tanti desiderii.—Senti, figlia mia; e se lo impeto gitta l'argine e trabocca, tu vogli perdonarmelo. Però questi orrori, io ti raccomando stieno fra Dio, me e te: soprattutto i miei nepoti gl'ignorino sempre, onde non imparino ad aborrire il padre loro.—Ora sono pochi giorni egli venne qui a pervertirmi Beatrice e Bernardino, persuadendoli perfidamente avere io procurato la morte di Virgilio; come se cotesto infelice fanciullo, per somma sventura sua e di me, non fosse colto dal male insanabile del tisico. Nè questo è tutto: giù nella Chiesa di san Tommaso, eretta dalla pietà dei nostri avi, e da me restaurata, mentre si celebravano esequie solenni all'anima del defunto figliuolo, convertita la bara in cattedra di abominazione, senza rispetto alla santità del luogo, ai sacri altari, alla religione del rito, al Dio presente, congiurava con gli altri traviati figliuoli e la consorte—la morte mia…—Tu fremi, buona Luisa?—Sospendi il tuo orrore, chè avrai a fremere di bene altre cose poi. Quando io, misero padre! mi faccio a piangere sul cadavere dell'angelica creatura, avanti tempo chiamata a vita migliore, io non so quale o nuova insania, o inaudita rabbia gli strascinasse… ecco mi rovesciano addosso il morticino… mi percuotono… mi feriscono… Guarda, figlia, di per te stessa, esamina… io porto impressi nel volto i segni del sacrilego attentato…

Qui si fermò come rifinito dall'atroce memoria; quindi, in suono di pianto, riprese a favellare:

—D'ora in avanti, quando mi verranno incontro i miei figliuoli… Giacomo sopra tutti… sai tu, che cosa mi toccherà a fare? Tentare se mi abbiano bene affibbiato il giaco… frugare se mi sia dimenticato il pugnale. Tra lui e me porre un cane fedele, che dal suo furore mi preservi la vita… Sì, un cane; poichè il mio sangue mi procede siffattamente nemico. Sfiduciato della razza umana, bene è forza che io cerchi la mia difesa fra le bestie:—anzi questo cane io aveva, e fedelissimo a prova… ed essi me lo hanno ammazzato di un colpo di spada nel cuore… truce presagio di ciò che riserbano al padre loro.—Già da qualche tempo m'invade un pensiero… che, nato sul mio doloroso guanciale, ha preso a impadronirsi di me come idea fissa… ed è se io debba permettere ch'essi consumino il parricidio, o piuttosto, troncando con le mie proprie mani questa misera vita, risparmiare in un punto a loro la infamia e la pena del delitto, a me il supplizio incomportabile di vivere. Ah! Signore, quanto è dura necessità questa di perdere l'anima loro, o la mia!

Qui piegata alquanto la faccia fissava certa lettera di Spagna, la quale gli porgeva notizia della morte che si presagiva imminente di Filippo II, da lui sopra ogni altro re ammirato, e nel suo segreto pensava:—lui avventuroso che prima di morire potè fare strangolare il figliuolo, e ne fu benedetto da Santa Madre Chiesa!—[2]

Intanto fu bussato pian piano all'uscio della stanza. Il Conte, rialzato il capo, con voce ferma ordinava:

—Avanti…

Comparve Marzio, il quale dopo qualche esitanza, veduta ch'ebbe la donna, favellò: