La pelle di Beatrice a cotesta tremenda ipocrisia fremè di un brivido doloroso.
—Ma dunque, via, gridarono a coro tutti i convitati: toglieteci dall'ansietà. Ci tarda entrare a parte della vostra allegrezza con conoscenza intera.
—Nobili amici! Se voi aveste detto ci tarda soddisfare questa nostra curiosità, che ci arrovella, voi avreste favellato certamente più credibile, forse più sincero.—Comunque sia, voi vi affaticate invano; chè io non intendo guastare la mia buona notizia sopra corpi digiuni. Mai no; Iddio manda le rugiade a mattino e a sera sopra i calici dei fiori disposti a raccoglierle, non già a mezzogiorno sopra pietre riarse. Preparatevi prima co' doni di Cerere e di Bacco, come direbbe un poeta laureato, e poi udirete il mio annunzio, l'evangelo secundum Comitem Franciscum Cincium. A mensa, dunque; nobili amici, a mensa.
—Signora Lucrezia, sussurrò Beatrice nell'orecchio alla matrigna,—oh qualche terribile infortunio ci pende sopra la testa!—I suoi sguardi non ischizzarono mai tanta malignità quanto oggi. Egli rideva come la faina, quando ha cacciato i denti nella gola del coniglio per succhiargli il sangue.
—Dio mi perdoni; non so neppure io da che cosa provenga, ma le gambe tremano anche a me.
—Chi vi ha detto, signora madre, che mi tremino le gambe? A me le gambe non tremano, nè l'anima.—
E sedettero a mensa: il Conte Cènci a capo della tavola, secondo il costume, che allora correva, di dare al padrone di casa il posto più onorevole; a canto, distribuita a destra e a mancina, teneva la propria famiglia; succedevano poi i convitati come il maggiordomo li distribuiva, osservato il grado di dignità d'ognuno di loro. Squisite e moltiplici furono le vivande, tutte apprestate sotto fogge diverse; imperciocchè taluna presentasse l'aspetto del Colosseo, tale altra una galera: qua vedevi uno scoglio di carne di vitello combattuto da flutti di gelatina: una fortezza di marzapane tagliata aperse il varco a uccelli vivi, che spandendosi per la sala la riempirono di giulivi gorgheggi: da un pasticcio enorme uscì fuori il nano di casa vestito da papa, che dette gravemente ai convitati la benedizione apostolica, e fuggì via. Strani concetti insomma, o empii, secondo suggeriva al Conte la sua schernitrice natura: e ond'io non mi dilunghi soverchiamente, terminerò (per somministrare saggio di quanto osasse costui) narrando come non aborrisse rappresentare davanti Cardinali della Chiesa il simbolo della Eucarestia mercè una grossissima anatra lessa che teneva disposti intorno a se certi pavoncelli arrostiti, in modo da figurare il mistico Pellicano, che si apre il petto per alimentare i suoi figli col proprio sangue[5].
I bicchieri andarono in volta spessi, e veloci come la spola in mano del tessitore: bebbero di più maniere vini così nostrali come stranieri, cipro, greco, e soprattutto keres, alicante, ed altri vini di Spagna; perocchè i nostri padri, bene o male facessero, i vini spagnuoli educati sotto gli ardenti soli anteponevano ai francesi e ai renani, nati piuttosto dai sospiri, che dagli sguardi del pianeta della vita.
Poichè—per adoperare una espressione classica, la quale come sempre vale a dimostrare acconciamente il soggetto—ebbero sazio il naturale talento di cibo e di bevanda, i convitati, punti dalla curiosità, ad una voce esclamarono:
—Parvi egli tempo adesso di far cessare la nostra ansietà? Su, via,
Conte Francesco, manifestateci il motivo della vostra allegrezza!