GERI.

Dove mai questo cor toccar potesse Gemito di pietà... tu mi faresti Piangere...

SCENA IV.

GUALFREDI, e detto.

Gualfredi Or dove mai Dore si asconde? Geri Testè a diporto pel giardino errante Lo vidi. Gualfredi Fate ch'ei qui venga. Geri Padre... Il fratel vostro... Gualfredi Lemmo! Geri È in queste case. — Gualfredi Che fa? perchè non viene? Andate, solo Convenire amo con esso.

SCENA V.

GUALFREDI, LEMMO.

Gualfredi A che stai? Fratel, non osi? — temi? — In questa casa Pensa che visse il padre tuo, — fratello... Lemmo Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia A non lo udire; — egli nasconde un suono Che di amoroso brivido mi scuote. — Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello. Gualfredi Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi, Più che le dotte carte, a me la spada Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio Ci divise, — pur mai nemici fummo. Indurarci la mente al ciel non piacque: Ella era amica, ma taceva; — i figli Non ci videro il cor che in suo secreto Forte piangeva la perduta pace. — Ei crebbero nell'ira; — essi son rei Di nostre colpe; — seminammo l'odio, — Raccogliamo il misfatto. Lemmo Il ver pur troppo Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre Della colpa, che poi rampogna al figlio, Avesse offerto, di gran pianto franca Saria la stirpe umana; ma di polve Figli, — dannati al male, — non ci è dato Schifar, ma solo riparare al fallo. Gualfredi E si ripari. — Il fato che gli eventi Regge, senza cercarla, offre una via Soave, un laccio d'oro, onde torniamo Amici nell'amor dei nostri figli. Lemmo Se eterno di quest'anima sospiro La pace sia, fratel comprendi. Tale Mi fai proposta, che volendo ancora Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta Magnanimo mi credo; or veggo a prova Che tu vinci d'assai. Regale stato Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca; Ma un viver mite, quale ad uom privato Conviene e a cittadino. Gualfredi A me di farle Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno Adoprerò e la spada. Lemmo Oh! dunque il tempo A più mite consiglio non ti volse? — Perchè di Dio la creatura intendi Contristar nel servaggio? — A che mai questa Tra le nequizie dell'uomo infinite Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? — Sale il tiranno e muore, e le insultanti Strida, e il riso feroce dell'oppresso Lo disperano al letto della morte: Suo scettro è fuoco che la man che il serra Arde, dannata per giudicio eterno Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno Temi delle vendette. Iddio soverchia Chi sta sopra la legge, e la tremenda Ira di pazienza offesa. Gualfredi Onesta È tua ragione, come di uom che i casi Della vita, raccolto entro sua cella, Specola. — Ma cosa è questo vantato Viver libero che serbar non sanno Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma Per via gittata; ed io che possa assembro, E senno deggio far che in man non cada Di chi in mal la converta. Di Dio poi Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo Di surrogare un vivere civile A sanguinente libertà. — La spada. Io tel ridico, a ogni altro basta. Lemmo Sali Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando La fiumana trabocca e mena in volta Dei tapini la vita, ed a frenarla Non valgo, sto sopra la riva e piango, Nè sulla libra dell'ira di Dio Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera Il nome, asconda il corpo e la memoria La terra del sepolcro, ma non viva Scritta di sangue per la storia; — il pianto Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa Lodevol via, basti alla polve umana Di uno amico la lagrima o di un figlio Al gran tragitto dal tempo all'eterno... Gualfredi Credimi, Lemmo, è tal nostra natura. Che il ferro stesso che al suo mal la stringe Vuolsi a condurla al bene. Lemmo Ad ogni costo Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge Senza mozzare molti capi in terra Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo Verrai, in che fie di un secol pianto un detto Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta; Erra la mente, e si trascorre al male. Gualfredi Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto Ti travagli per esso? Ah! mal conosci Di queste sedi la stirpe esecrata. — Virtù maligna dalle stelle piove Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. — Anch'io nei primi giorni della vita, Quando i sogni son di Angioli, e la mano L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride Al fior della bellezza, e al fior de' morti, Alla cicuta e alla rosa, — uno amico Vagheggiava pur io sopra ogni volto. Stolto! e credei che l'anima, non altri, Informasse le voci. — Ahi! che ben presto Conobbi a dura prova unirci l'odio. — Fa al figlio il padre scontare il delitto Di averlo ingenerato; — fa l'amico Scontare amaro all'amico il delitto Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo Eterna è guerra; — in chi la scure teme, O Dio, non è di sangue, ma di frode. — Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai! Se della scure il timore: — avventarsi Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. — Ma vivi lascia la strage di tutti Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene L'anima che fuggiva, — egri, — carponi Strascinansi; — son presso, — alzan la mano Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto Tronca la morte, — spirano. La tomba Gli uomini in pace unisce sola. Lemmo E verga Del Signor fatti: egli è temuto Dio, Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta È virtù; — vive questa via di stelle; Questa nei piani di Betuelle apparsa Mistica scala, che alla terra il cielo Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura Diroccate, dal suol sparso di sale Della regia Milano assorge cinto Di aureola immortal l'Italo genio: — Vedi fuggire i Federighi, e in altre Portar terre la rabbia di mal spenta Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. — Vili fummo divisi, — uniti, invitti. Natura invan co' monti e con le nevi Ci difende; non v'è figlio d'Italia Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende A suo grand'agio; — averi toglie e vite, E ci deride. — patria mia, ti strigni Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati Di poche spanne, in battagliarvi eterni Che fate voi? — un regio manto in brani Siete... V'unite, e surgeran più belle Le itale glorie che non fur mai morte; Però che il sole e la virtude spenti Fieno a un punto in Italia. Gualfredi L'amistanza Che sia del forte non intendi; — meglio Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato, Con l'ala del pensier sorgi tant'alto Che al baleno dell'occhio il mondo tutto Scorga, ed i piani del passato. — Vedi, Questa è vicenda di bene e di male; Ma gemesi mille anni nel dolore Per un lampo di gioia, e per la notte Vagasi in traccia un secolo di un punto Luminoso che appresso ha falsa luce. — Son tenebre per tenebre: — che giova Travagliarci? soffrire è la condanna Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto Ho con natura; di fuggire il danno. Lemmo[18] Cielo d'Italia, perchè non ti anneri. Poichè la gente che il tuo azzurro allegra Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole? Qui non contempli più le ardue battaglie Che illuminavi un dì... qui non le geste. Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue. O campi, o selve d'orror sacro piene, Copritevi di lutto; — il vostro aspetto Ridente mi contrista; — echi educati Agl'inni dell'onore, or vi ammutite. Qui non suona che gemito; sia nero Il manto della bara, — oscuro: — insulto È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.

SCENA VI.

GERI, MANENTE, GUIDO, NELLO, e detti.