Io vo per vie più disusate e solo.
E quando le cose (il che non piaccia a Dio) camminassero diversamente da quello che io aveva immaginato, tornerò a tacermi o a stampare fuori di paese, aborrendo per istituto e per carattere la stampa clandestina.
La stampa clandestina accenna sempre due cose: o suprema necessità o suprema codardia. Suprema necessità, quando dovere cittadino o carità di patria o altro qualunque affetto magnanimo ti costringono ad aprire l'animo tuo, e tu non puoi farlo senza grave pericolo. Allora se le tue parole non suoneranno vili, non ingiuriose o procaci, ma dignitosamente libere, ove non te ne venga lode sfuggirai il biasimo certamente; o se biasimo alcuno sarà da compartirsi, ne terranno meritevole non te, ma quello che avvezzo a unire il fulmine ai suoi voleri ti costrinse. Fuori di questo caso parmi che colui che si tiene celato sia degno di riprovazione. Dicesse anche il vero, poichè adoperava, dicendolo, le arti della menzogna e della frode, ha da portare le pene dei fraudolenti. Le cose sincere voglionsi rivelare sinceramente, perchè dobbiamo sperare che vi sieno orecchie disposte a intenderle e animi pronti ad approvarle. Quando mai alcun danno incogliesse al franco parlatore, egli otterrà nella sentenza che lo condanna un arnese di ferro col quale arroventato marcare in fronte chi osò giudicarlo. La esperienza insegna due essere Tribunali, uno nella curia, l'altro nel fôro, e inique le sentenze di quella dove non ratificate e confermate dalla libera coscienza di questo. Poco, a vero dire, conforto nelle cause ov'è lite di averi: grandissimo e supremo quando si contende di fama. Nel 20 febbraio 1774, mentre il Parlamento Meaupou condannava Beaumarchais a fare ammenda onorevole in ginocchioni, ed ordinava che le sue Memorie fossero lacérés et brûlés au pied du grand escalier du Palais par l'exécuteur de la haute justice, comme contenant des expressions et imputations téméraires ec., si stampavano e vendevano 10,000 copie di coteste Memorie. La cour et la ville si recarono a casa sua per salutarlo, e il principe di Conti lo conduceva seco a pranzo dicendo: «sentirsi nato da famiglia abbastanza illustre per dare lo esempio del come dovessero onorarsi i grandi cittadini.» Insomma, chiunque è vago della lode di onesto, o taccia od abbia il coraggio della condizione in cui favellando si pose.
Corrono adesso molti anni che a me, preposto alla direzione del Giornale lo Indicatore Livornese, pervenne lettera anonima di preghiera a stampare gravissimi addebiti contra diversi scrittori del Giornale, e più specialmente contro uno. Mandai subito la lettera a questo uomo, il quale accorse premuroso interrogando se intendessi pubblicare cotesta diatriba in suo vituperio. Risposi: avergli mandato lo scritto perchè se mai alcuna cosa vera contenesse, con la debita ammenda la riparasse; se falsa, stesse con tranquillo animo e disprezzasse.
Io poi, dato alle fiamme lo scritto, così ammoniva severamente l'anonimo scrittore nel nº 28 del Giornale, 7 settembre 1829:
AVVISO
Dixerunt ei: — Quid venit insanus iste ad te?
Qui ait eis: Nostis hominem.
Regum IV, 9.
Con la posta del 30 agosto pervenne alla direzione dell'Indicatore Livornese uno scritto anonimo intorno diversi articoli di questo Giornale. — Noi siamo dolenti d'impiegare alcun verso del nostro Foglio onde fargli convenevole risposta; ma dacchè in altro modo non sapremmo come manifestare le nostre intenzioni all'ignoto scrittore, così è pur forza che i nostri Associati se ne chiamino contenti. — Ora dunque, e sia qualsivoglia l'Anonimo, apprenda che male dimostra conoscere la indole nostra se crede con perfida lusinga indurre noi a collegarci seco in altrui vituperio. Per quanto serba dominio la volontà sopra le azioni umane, ci serberemo incontaminati da ogni bassa voglia, da ogni vile talento, dalle invidie, dalle ire solite a turbare gl'ingegni che muoiono in un punto stesso alle memorie e alla vita. Finchè lo consentono i cieli (e sempre spero il consentiranno), la mano che verga questo scritto si manterrà degna di stringere qualunque altra mano Italiana. Sono le lettere un sacerdozio morale, e guai a colui che sotto aspetto diverso le considerasse! — Gli tornerebbe in danno la sua stessa dottrina, e la sua fama sarebbe quella di Erostrato! — L'attitudine a bene scrivere largita a pochi avventurosi, se volta a ritrarre le immagini di una calda fantasia, ossivvero ad esporre sentenze di utili dottrine, feconda fiori immortali a quegli avventurosi; — adoperata in turpi litigi, vuolsi paragonare alle spade della patria affidate ai suoi figliuoli per la propria salvezza, e che nell'ira del vino si cacciano forsennati nelle viscere.