Di fatti tôrre cotesto banco a Domenico sarebbe stato lo stesso che separare il Paganini dal suo Stradivario, o arrisicando più oltre, Orfeo dalla sua lira; ed egli, mostrando talvolta un regolo accomodato con garbo, narrava molto piacentemente come egli fanciullo, vegliando le intere notti seduto al banco, certa fiata vinto dal sonno ci si addormentasse, e la lucerna a caso spinta mettesse fuoco al legname, onde il padre da cotesta notte in su cogliendo ora un pretesto, ora un altro, non si coricasse se prima non lo aveva veduto andare a letto; la quale cosa egli prese indi a poco a costumare più presto del solito per aver agio, appena sentiva addormentato il padre, di uscirsene chiotto chiotto da letto, e tornarsene ai libri.
E intanto che Domenico narrava questi casi faceva bocca da ridere, ma una lagrima gli dondolava nel cavo degli occhi, cui egli, io non so dire il come, si ribeveva. Perchè mai ei se la ribeveva? Forse pari alla conchiglia marina, la quale mostrata appena la perla richiude i nicchi, egli aborriva palesare i tesori di bontà, che possedeva nell'anima: ad ogni modo egli adoperava nel celare le sue virtù tanto studio, quanto altri ne pone a nascondere i suoi vizii.
Queste cantere e questi scaffaletti del banco baleneranno un giorno peggio delle batterie di un vascello a tre ponti per fulminare coloro, che contristarono il suo cuore, o piuttosto (e questo io credo che preferirà) per chiarire come il suo cuore fosse ampio abbastanza, dopo cavatone un mantello pei suoi nemici e per parecchi dei suoi amici, a farci il gonfalone per la Patria rifiorita alla gloria vetusta: ma questo poco gl'importava, o fingeva importargli poco: ad ogni modo scarsi erano quelli che in cotesto punto lo sapevano, come saranno numerosi gli altri che a suo tempo lo dovranno sapere. E allora quale egli avrà premio dei benefizii per esso seme di perpetui tradimenti? Quale ristoro agl'ineffabili affanni senza pure stringere le ciglia patiti da lui? — E' pare gli basterebbe un ricordo, un saluto, un palpito del popolo, che glorioso ammira come visione divina, e avvilito dei vizii proprii e dalla tirannide altrui deplora come fratello infermo; nè cercherebbe di più; imperciocchè egli, sicuro dì vivere oltre i funerali, non dubiti che ai morti dentro le tombe si aspettino altri premii della vita nobilmente spesa, o piuttosto creda che essi ne godano un solo ma grande e divino, cui egli fa consistere nel sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza.
Però egli non ci spera; chè la esperienza gl'insegnò come popoli e mari conservino nella medesima maniera la traccia di quale per sua sventura ci navighi sopra; e questo contrasto tra il desiderio e la speranza lo tengono sempre annuvolato a mo' di un giorno di primavera, allora quando le lagrime della pioggia appese ad ogni fiore e ad ogni foglia, mentre la luce dei nuvoli rotti riconduce la giocondità sopra la terra, porgono testimonianza che al breve corruccio della natura successe la consueta grazia del cielo.
Inclito figlio di questa alma genitrice, unica forse per la potenza di cavare dalle lagrime i colori dell'iride, ornarsene il capo come gemme preziose e potere dire: — sono la regina del pianto, ma sono regina! — A Domenico più che a veruno altro intelletto italico parve che Dio veramente consentisse la facoltà di celebrare con immortale epitalamio le nozze del dolore con la poesia, e cantando innamorare le anime della sventura....
Ma di ciò basti, chè altri potrebbe credere com'io, svisceratissimo di lui, ci mettessi troppa mazza; torniamo al banco: quivi ogni cosa occorre disposta ottimamente.
Havvi una cantera, sul davanti della quale si legge: Religione, e dentro tu vedi sopra frusti di carta appunti di letture e note di pensieri; però lo inchiostro diventato colore della ruggine dimostra come lo scritto appartenga a tempi remoti, e che da parecchi anni Domenico ha smesso aggiungervene dei nuovi. In fondo della cantera occorre un foglio stampato, il quale dice così: livree, che tutti i sacerdoti di questo mondo mettono addosso a Dominedio, perchè questi faccia loro le spese e le faccende di casa, massime quelle del Canovaio.
Alla cantera della Religione tiene dietro quella della Filosofia: poche note ci scorsi dentro, ed anco queste vecchie: nel fondo stanno scritte, così che appena aprendola tu le possa leggere, le parole: dolori di capo.
Succede un'altra cantera indicata col titolo: Economia politica; io la trovai piena di appunti presi, ma considerazioni di suo mi ci apparvero scarse, e queste poche cominciavano nel modo che segue: — uscita topo di casa alla scienza, entrò nella dispensa della presunzione, dove, pasciutasi a crepa pancia di ciarlataneria, non le riesce più di ripassare dal buco; dov'ella da ora in poi si risolva a provare molto, ad affermare poco, e sopratutto a procedere modestamente, a casa sua un giorno e' ci potrà tornare.
Seguita la cantera della Poesia: un vero scrigno di diamanti, tutti della sua miniera, e forbiti e riforbiti con inestimabile amore: verun frammento è rimato, bensì tutti dettati in prosa o in verso sciolto, e lì pure nel fondo occorre di leggere: