— La nostra famiglia non si vanta seme di cavalieri crociati, e non gliene importa, ma tuo padre e il mio scesero dai colli di Bergamo a Milano non senza il fatto loro, che moltiplicarono con industrie onorate; sicchè dopo essere saliti, tornare a scendere non garba: ad eccezione di tutte le altre scale, per quella della fortuna si va volentieri in su, e con immenso affanno all'ingiù.
— Averi! Ricchezze! Che sono mai? Vele e non altro, con le quali navighiamo per la vita: forse con poche non si fa cammino come con le molte? Anzi, quando il tempo seconda, con una sola ti approfitti meglio che con tutte.
— Tu parli d'oro, ma nel viaggio della vita gli averi non provvedono le vele soltanto, bensì le paghe e le panatiche pei marinari, la cappa e il primaggio al capitano, i noli agli armatori: insomma, cara mia, egli è più facile disprezzare i quattrini a parole che passarsene co' fatti.
— Bravo giovane! esclamò lo zio Orazio, certamente quando lo battezzarono in Duomo, il buon senso gli fece da compare.
— E' pare che la giovane, la quale con licenza vostra d'ora in poi io chiamerò signora Isabella, non si sentisse gagliarda in questa disputa, onde data una giravolta maestra al timone, soggiunse:
— E poi Roberto ormai può stare a paragone con chiunque, avendogli l'arciduca governatore fregiato il petto con la croce della corona di ferro.
— Creusa non deveva mai accettare doni da Medea, riprese il giovane con faccia turbata; di fatti queste croci sbraciate dall'arciduca sono meno testimonianza del merito di cui riceve, che della smania di gratificarsi la pubblica benevolenza in cui le dà. Che se tu miri diritto, vedrai come per uso il tuo Roberto ne ha scapitato moltissimo nella riputazione e diventò esoso all'universale; non mica perchè o mutasse di animo o altri stimasse che lo avesse mutato, mai no; bensì perchè è danno grave lasciare credere ai nostri oppressori che con una pensione od una croce possano corrompere i nostri cuori italiani, immortali odiatori di chi ci tiene schiavi, come immortali amatori di qualunque promova la nostra libertà.
La signora Isabella, a quanto parve, non sapeva che pesce pigliare, dacchè teneva la testa bassa sul telaio, e senza rispondere verbo menava l'ago alla disperata. Il giovane intanto avea riacceso il sigaro a un gramo tizzo di fuoco che aveva l'aria di una lucciola smarrita nel fornello, e tra un buffo e l'altro di fumo continuò:
— Nè questo fu la sola maledizione che uscì dalla maluriosa croce pel tuo Roberto, chè inoltre gli versò nell'animo la vanità, per la quale ei tenne avere messo il tetto, quando non aveva condotto la fabbrica nè manco al primo piano; disprezzò i consigli, neglesse i maestri, con gli amici si ruppe, e con modi o superbi o villani provocò la tempesta, all'impeto della quale volarono via peggio che foglie secche la sua fama di artista, ogni speranza di riuscita, la quiete dell'animo, la salute del corpo, e in breve, pur troppo volerà eziandio la sua vita. Io però non gli voglio male, e dove anco glielo avessi voluto, basterebbe vederlo infelice, perchè io mi rimanessi; ma per altra parte, intendiamoci chiaro, bene non glie ne voglio, perchè io non mi dimenticherò mai che in grazia sua tu mi fosti infedele.
Io che fisso al buco stava uditore e spettatore di cotesto assalto di parole, ebbi ad accorgermi che il signor Felice aveva perso la scherma, imperciocchè la signora Isabella, sagacissima, colto il destro per rifarsi, accorse pronta alle offese esclamando: