— Infedele! E come? Forse ti promisi amore? Impegnai mai teco la mia fede? Quando mai dissi parola, o feci cosa che a te mi legasse?
Ah! zio, a coteste parole, preso da immensa tenerezza apersi le braccia per abbracciare, qualche cosa abbracciai, il muro, e mi scorticai le dita.
— Non importa: udiamo; sta per rispondere il cugino.
— Noi fummo allevati assieme, egli disse: i padri nostri l'uno di noi destinò all'altro; noi lo sapevamo; sempre io mi stava teco: non movevi piede senza che io ti accompagnassi.
— Questo è vero, ma ciò non è amore...
«Benedetta quella bocca!» Ed egli soggiunse:
— E nelle danze tu sceglievi sempre me per compagno e quando cantavi io ti accompagnava col suono, in chiesa andavamo di conserva davanti al medesimo altare c'inginocchiavamo, e se la gente diceva dintorno: «che gentile coppia di sposi!» tu ti facevi rossa in viso; tu sapevi pure che tali dovevamo essere un dì, nè te ne mostravi scontenta.
La signora Isabella lievemente impallidì, si mise il dito su i labbri, e dopo essere stata alquanto pensosa disse:
— Anche questo è vero, ma ciò non è amore.
— Da me accettasti doni, che parlano chiaro di amore, un coricino di rubini, due bottoni di smeraldo; e il verde palesa la speranza, il vermiglio la passione, e sorridendo accettasti; una sera sotto i cipressi della villa ti presi la mano, te la strinsi, e poi te la riposi in libertà, ma tu nella dolce prigione la lasciasti; e non lo posso assicurare pure mi parve che tu sospirassi — un'altra volta, seduti sul margine della vasca nel giardino, mi attentai baciarti le spalle, e tu non fuggisti.