— E questo gli diceva ancora io. I giovani, che sia benedetto, la sanno più lunga di noi, io gli diceva; ma egli mi rispose: no signora, tu, Betta, costumi tenere per lo meno tre giorni i granchi teneri in purga prima di friggerli e darmeli a mangiare; ora non vuoi che io provi per altrettanto tempo una donna di prima di consentirla a moglie pel mio nipote? Io opposi che tra i granchi teneri e una moglie ci correva grandissimo divario; ma egli ostinato replicava, che se differenza ci entrava, era a carico della donna, per la quale tre giorni a ripurgarla forse non sarieno bastati. Però stamane è partito per Milano....

— Ah! zio, zio, zio, — esclamò arruffato Marcello e lì fe' punto; se gli frullasse nella mente di aggiungere qualche altra parola e precisamente quale, io non affermo nè nego, certo è che ei non la profferì; però tempestando si tirava indietro dal balcone, e siccome l'ombrello aperto gli faceva contrasto, lo lasciò andare; poi sbattacchiate a furia le finestre, prese a pestare i piedi, e strapparsi i cappelli e a commettere pazzie da disgradarne Orlando matto, meno che non isvelse pini come Orlando, perchè nella stanza non ce ne trovò; per ultimo si mise a letto.

CAPITOLO OTTAVO Dove sarà narrato quello che ci si racconterà.

— Ci sono lettere? — domandò la signora Isabella a Teresa, che le recò secondo il consueto i pochi alimenti di cui ella abbisognava nella giornata.

— Senza lettere.

E la signora Isabella rabbrividì e si fece bianca, indi a poco il sangue le si risospinse alla faccia; il di dentro non le si poteva vedere, ma a giudicarne dalla irrequietezza dei moti parve il bel sereno dell'anima le si rannuvolasse; però di lieve tornò tanto tranquilla ch'ebbe balìa di ripigliare il lavoro, e lavorava di lena, senonchè di tratto in tratto levava gli occhi a mirare l'apertura talora di colta, e talora a mo' dell'ago della bussola, che per subita scossa deviato, tremando tremando si accosta al polo, e mi bisogna anco aggiungere come il moto della signora Isabella spesso fosse spontaneo e qualche volta no, perchè le pareva udire rumore da codesta parte, ma levati gli occhi verso l'apertura le compariva fosca come la bocca dell'inferno, onde ella tornava ad abbassarli sopra il telaio irridendo alla speranza, che, Dea mansueta e pia, pure tal fiata ha vaghezza di tormentare come una Furia.

E il giorno appresso, vista appena Teresa, la prima domanda che le volse fu:

— E lettere ce ne sono?

— Senza lettere, rispose Teresa stringendo le labbra, e sollevando entrambe le mani. Per questa volta la signora Isabella portò vivamente la destra al cuore, quasi che le fosse stato ferito, e non potè trattenere le lacrime, le quali però, voltando la faccia verso l'apertura, nascose a Teresa.

E l'apertura parve che avesse senso di pietà, imperciocchè, uscita che fu Teresa dalla stanza, ella prese a rischiararsi con luce sempre crescente, quasi alba che ceda luogo al sole. Isabella proruppe in un grido, e s'indirizzò a quella parte come... come... oh! sono pure lo zotico uomo a lambiccarmi il cervello in cerca di una similitudine, quando Dante me ne ha fatta una, che qui s'incastona meglio di gemma dentro l'anello, come colomba vola con ale aperte e ferme al dolce nido. Ma che diavolo vuole egli significare questo? La signora Isabella appena affacciata all'appertura caccia uno strido non già di sorpresa, bensì di spavento, e scappa via coprendosi con le mani la faccia. Subito dopo s'intesero uscire traverso la finestra le parole: