— Dio sa con quanta pienezza di affetto io vorrei fare il piacere suo e compire il mio desiderio ardentissimo, ma ella non ignora che mio padre vive, e crederei che... anzi gli recherei torto di certo se mi passassi del suo consenso...

— Mi pare... giurerei quasi che mi fu detto come non sempre tu abbia creduto indispensabile il consenso paterno per andare a marito.

— È vero; e di qui la mia colpa e il mio castigo; ma tanto danno mi è venuto dal mal fatto, e così lungo il rimorso e la vergogna incessante, che sarei bene non so se più folle o trista dov'io ci cascassi da capo. Conosco ottimamente che mio padre mi ributterà, e avrà ragione; però se io offesi una volta l'autorità paterna, tanto più ho da guardarmi da offenderla la seconda.

— Ed anco questo non fa una grinza, rispose Orazio abbottonandosi il soprabito fino al mento, io vado diffilato a parlare a tuo padre che si chiama?

— Omobono...

— È nome onesto: insomma, sta lieta, figlia mia, se il tuo padre non vorrà fare torto al nome, e spero non lo farà, avrai due babbi, diversamente uno oggimai non ti può più mancare.

Fattosi insegnare dove avesse banco il signore Omobono Garelli, e saputolo, Orazio si condusse in certo vicolo angusto e buio, vicolo da banchieri, vicolo da usurai, dove il sole anco ne' giorni di estate pareva che passasse di rincorsa per paura che lo prendessero e gli tosassero i raggi; entrò dentro un portico umido, umide rinvenne le scale, i muri grondavano: la calce e i sassi tu avresti creduto sudassero dalla pena per gli scannamenti che toccava loro a vedere commettere ogni giorno là dentro. Salito al primo piano, gli occorse una porta con la imposta tinta colore di cenere, e lurida di materia viscosa al punto dove ponevano le mani gli avventori. Pare impossibile! Da cotesta sozzura cavano argomento i banchieri d'inorgoglirsi quasi altrettanto che i soldati si facciano per la bandiera lacera dal tempo e dalle palle. In cotesto momento la porta del banco del signore Omobono compariva aperta come quella dell'inferno; forse così operavano perchè passasse la grave puzza, che esalano per ordinario cotesti scannatoi, ed era tempo perso per due ragioni; primamente l'odore sottile così si è fitto nelle muraglie, che appena ne uscirebbe se da cima a fondo si scanicassero e si rintonacassero poi: in secondo luogo, nè ammonizione di odorato, nè di altro senso, e nè di tutti i sensi messi insieme varrebbe a trattenere l'uomo da penetrare là dentro. Mira il bue quando va al macello: egli nicchia, il poveretto, su la soglia, e punta la zampa, e s'ingegna a dare indietro, ma che gli vale? La corda lo tira, e relutante o no la mazzuola lo aspetta: ora la cupidità e l'interesse tirano gli uomini più e meglio, che la corda non tiri il manzo.

Parte della prima stanza del banco del signore Omobono andava divisa al pari di tutti gli altri banchi da un assito, dietro il quale ruggiscono dalla fame, quasi bestie feroci, i commessi registrando i divoramenti nel libro maestro del principale, mentre il diavolo per di sopra le spalle loro ne piglia nota nel suo iscartafaccio per trasportarli a comodo sul gran libro maestro dello inferno. Orazio, alzati gli occhi per mirare che razza di cielo coprisse cosifatte spelonche, incontrò depositate su certe tavole casse colore di cenere col millesimo e la cifra del banchiere tinti in nero, onde non potè astenersi da pensare ai sepolcri dei Parsi, i quali costumano mettere in alto i cadaveri dei defunti; quantunque tra i sepolcri dei Parsi e queste casse mortuarie una grandissima diversità ci corresse, la quale era questa, che i Parsi ci mettevano i cadaveri, affinchè gli avvoltoi ne divorassero le carni, mentre in coteste casse gli avventori ci erano depositati ormai ridotti alle nude ossa.

Di un tratto uno dei commessi affacciò il muso fra i colonnini, che incoronavano lo assito dentro il quale egli stava rinchiuso, e aperta la bocca guarnita di denti rari e acuti, vere lesine di osso, disse ad Orazio:

— A lei, si diverta.