— Però vi avverto che non spettano al banco, bensì alla famiglia....
— E li chiamate gravi?
— Mi pareva che la famiglia dovesse premere....
— Avete creduto pessimamente; prima di tutto bisogna attendere agli affari. Chi prepose agli affari le altre faccende capitò male, e Archia informi, che ne rimase morto. Dunque adesso non posso distrarmi dai miei negozii; stasera alle sette e trentacinque minuti vi attendo a casa; informatevi in banco dove sto di casa, colà udrò quanto avrete a parteciparmi: addio.
E mosso due o tre passi di contro al signore Orazio, egli piegò bruscamente il capo a mo' di montone che si apparecchi a cozzare; il signore Orazio per non ricevere la capata nel petto ebbe a indietreggiare; il signore Omobono quanto l'altro cedeva terreno, egli ne acquistava sottentrando veloce, e rinnovando lo inchino minaccioso, sicchè da un lato dando indietro, dall'altro incalzando, il signore Orazio sbalordito, senza quasi accorgersene si trovò spinto fuori della stanza del banchiere. Orazio, comecchè gli paresse duretto, si erpicò per le quattordici scale, che menavano alla casa della signora Isabella, e quivi con esso lei si trattenne consolandola fino a sera.
Monsieur Horace Magni, gridò un servo vestito di assisa celeste coi calzoni corti e calze di seta, sollevando una portiera di velluto cremisino, e Orazio si trovò petto a petto del signore Omobono: visto appena ch'ei l'ebbe, disse nel suo segreto: quantum mutatus ab illo, come Enea quando gli apparve Ettore in sogno; però il signore Omobono era mutato in meglio, il rasoio aveva se non tolto, almanco diminuito l'odiato verde della barba, e la fama dell'uomo che stava per entrare gli aveva sospinto verso le guancie una sfumatura di vermiglio, che gli uomini intendenti delle varie qualità di rosso use a comparire sopra le guance dell'uomo, avrebbero battezzato per un crepuscolo della vergogna: forse di ciò era niente, e lo si doveva attribuire piuttosto all'agitazione che il pasto suole mettere nel sangue; ad ogni modo un po' di rosso su la faccia ei ce lo aveva. La sua fisonomia arieggiava alla lontana quella della sua figliuola, io mi figuro come Lucifero san Michele, però che a fin di conto eglino erano fratelli, e tutti figliuoli del medesimo babbo; e ciò tanto più di sicuro in quanto che il padre gli avesse creati tutti da sè senza lo aiuto di altra creatura, e, tranne i suoi, senza miscuglio di altri ingredienti. Il signore Omobono con perfetta urbanità accogliendo Orazio così favellò:
— Mi sento lieto ed onorato di ricevere nelle mie povere case (e qui girò intorno gli occhi come per incombensarli di fare lo ufficio di Cicerone in cotesta sala riboccante di lusso insolente) un uomo, che pel suo ingegno e per le sue virtù empie di giusto orgoglio la Italia.
Non si poteva dire cosa più tronfia, e poi venne accompagnata da tal suono di voce, che parve cugino a quello che adoperano i ciarlatani in fiera, quando vendono l'orvietano ai contadini, onde Orazio un po' rotto rispose:
— Io non credo, mio signore, io non credo che sieno in me le belle cose, che voi vi compiacete immaginare: ma quando anco per supposto ci fossero, non meriterebbero lo elogio che, mercè vostra, mi compartite; non lo ingegno, perchè viene da Dio ed ei lo impresta agli uomini; non la virtù, perchè è dovere: il galantuomo pare bestia rara soltanto nel paese dei ladri.