— Perchè tremi?
— Che siate benedetto, voi mi guardate con tali occhiacci, e con tale vociaccia mi favellate da far entrare la maremmana addosso anche al Mangia.
Di vero io non so se Lelio Griffoli potè in sua gioventù chiamarsi gentiluomo leggiadro, fatto sta che allora metteva proprio paura: comecchè apparisse più vecchio di quello che era, pure gli si mantenevano i capelli più, che pece neri, e neri altresì i sopraccigli foltissimi, i baffi e la barbetta a nappa: i capelli portava lunghi fin sotto le orecchie, dove li faceva mozzare; la pelle del colore dello avorio vecchio, giallo malsano; sopra cotesto giallo risaltava orribile la barba, che più o meno rasa presentava una tinta verderame, da metterti in sospetto, che la faccia tutta fosse un grosso govacciolo venuto a suppurazione: lungo il naso allato alle narici scendevano due rughe profonde, che allargandosi arrivavano fino oltre gli angoli delle labbra, canali, che scavano l'atrabile e il mal di fegato senza pro, perchè essi dentro trapánano e sgrondano logorando; forse per avvertire chi piglia usanza con loro a starsi su lo avvisato, chè coteste infermità i buoni fan tristi, i tristi pessimi: le pupille ardenti in fondo a certe occhiaia, che ti sembravano condotte con un tizzo spento di carbone potevano paragonarsi a due lupi appiattati dentro due caverne in aspettativa di preda. Lelio per un tempo ebbe fama nè buona, nè rea, anzi taluno, che lo conobbe da giovane lo affermò d'indole mite come per lo più sono gli uomini della sua patria, di costumi umani e di concetti pieni di moderazione; ma poi il continuo furore della gelosia, che lo agitava, la brama di vendetta contro chiunque per suo avviso macchinava in danno dell'onore suo, la paura di tirarsi addosso l'ira del potente parentado della moglie dov'egli si fosse attentato di torcere pure un capello alla Fulvia, lo avere condotto buona parte di vita nel regno, luogo pieno di uomini facinorosi, ed infame per continui assassinamenti, lo avevano reso mano a mano feroce: l'animo suo era diventato familiare col delitto; forse gli arieno fatto fallo la mano, e il coraggio se avesse dovuto commettere l'omicidio da sè; quanto poi a meditarlo, e ad ordinarne la esecuzione ad altri sarebbe stato per lui come bere un uovo. Ora parendo a Lelio, che la faccenda della Betta fosse farina schietta la lasciò ire, raccomandandole, che non ingalluzzisse la moglie a spendere troppo, chè con lei si sarebbe trovato il fondo al pozzo di S. Patrizio, e se il Papa non sovveniva si sarebbe condotto a dare del sedere sul lastrone. — E questo diceva perchè Alessandro VII, che su i primordi del suo pontificato dichiarò non volere conoscere altro parente che la Chiesa, indi a breve mutato registro chiamò a Roma i nepoti ai quali si mostrò parziale due cotanti più, che non avessero costumato i papi suoi predecessori. La natura, che non è demonio, resiste all'acqua santa; e triregno, mitra, e corona se spesso spengono lo intelletto nel capo, rado lo affetto nel cuore. Nondimanco svoltata appena la scala, un'altra pulce entrò nell'orecchio a Lelio; stette per risalire, e già aveva voltata la persona per farlo, ma poi si pentì e scese un'altra scala: qui pure nuove ambagi, e raddoppiate esitanze, a cui pose fine non mica ponendole giù, sibbene andando di corsa a informarsi se si fosse apposto al vero.
La Betta va oltre, di tratto in tratto le si gonfia, il cuore con un sospiro, ch'ella respinge indietro; dentro gli occhi le si accumulano lagrime, ch'ella ribeve: dopo trapassate parecchie stanze, una vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse presala pel braccio aperse un uscio, e per mezzo di esso spingendola strillò:
— Illustrissima, ecco la donna, che domanda di lei. —
Betta da prima non trovò parole, fissa considerava il volto della Fulvia, che veracemente le parve bellissimo, però non tale, che del tutto le quadrasse: se avesse avuto tempo lo avrebbe in certa guisa smontato, e vistolo pezzo per pezzo, forse avrebbe potuto altresì indicare il mancamento: non gliene dette agio la Fulvia, la quale con accento vibrato le domandò:
— Orsù, che volete da me?
Betta annaspa, la Virginia Chigi, le trine, madonna Flaminia, Gand, Malines, Brusselles, Digione, con tutta la Fiandra per giunta; disegni portentosi; principesse e donne di alto affare averle viste, e averne fatto le stimate, e le marie, la compra, la vendita, lo acquisto, il dono, l'omaggio, insomma un guazzabuglio senza capo nè coda, e più andava innanzi più s'irretiva, sicchè la Fulvia di natura risentita, spazientendosi ad un tratto, esclamò:
— Voi mi parete ebbra, levatemivi davanti prima, che io vi faccia cacciare dai miei servitori.
Allora Betta, mossa dal pericolo, si lasciò andare giù di sfascio in ginocchioni, e supplice domandò alla Fulvia: