— Andate via, sciagurata femmina; andate via.... su presto prima, che torni messer Lelio, e vi scanni come un cane.... cioè come una cagna.... ripigliate le vostre ciarpe.... guai a voi se la sgarrate di un attimo, il pezzo più grosso ha da essere l'orecchio.

E così borbottando raccoglieva le trine per riporle nella cassetta alla rinfusa, ostentando uno affannarsi da non si poter dire; mentre, colto il destro, ne acciuffava un pezzo nascondendolo con disinvoltura nelle tasche dello scheggiale. La Betta stordita, più morta che viva, non sapendo che dire, e meno che fare, scappò infilando le scale, e trottando per la via quanto le bastavano le gambe; ma la sventura non aveva per anco cessato di perseguitare la povera Betta, però che allo svoltare di un canto ecco incontrare faccia a faccia Lelio, truce in sembiante, il pallore del suo volto era diventato cenerino, teneva irti i baffi come un gatto inferocito, il quale tostochè la ebbe scoperta trasse fuori dalle tasche delle brache un pugnale, e le si avventò addosso urlando:

— Ah! malvagia femmina, aspetta, che vo' lavarmi le mani nel tuo sangue.....

La Betta via, che chi corre corre, ma chi fugge vola, e l'altro incalzando continuava: — Ti vo' cavare il cuor di corpo, e sbattacchiartelo sopra le gote... donna Virginia eh! Le trine eh!... — e qui un turbinío di male parole, che il lettore si può agevolmente immaginare risparmiando a noi lo ingrato ufficio di averle a riferire. Ormai della vita di Betta non si sarebbe dato un quattrino, imperciocchè a cagione dello sconforto dell'animo, e dello sfinimento delle forze ella incominciava a rallentare il corso, mentre il suo persecutore fulminava vie più; e la gente che passava o non la poteva soccorrere, o vista la mala parata che prometteva quel bestiale col coltello ignudo in mano si tirava a sè. Come a Dio piacque, mentre Lelio corre tenendo gli occhi tesi dinanzi a sè, dà dentro a un ciottolo male su gli altri sporgente in mezzo alla via, e va giù a capitombolo battendo il più solenne stramazzone, che da parecchi mesi si fosse visto a Siena. Gli schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli stinchi; se bestemmiasse, Dio ve lo dica, o piuttosto il diavolo per me; allora i cittadini sanesi gli furono attorno per raccattarlo, e presolo sotto le ascelle, intanto che lo conducevano dallo speziale, lo andavano raumiliando ammonendolo, che non istava bene ad un gentiluomo pari suo inveire armato contro una povera vecchia; e le ingiurie gridate contro quella o l'erano calunnie, e non si dovevano dire, o l'erano verità, e si dovevano dire anco meno; perchè i prudenti non mettono cattedra in piazza per bandire la propria vergogna, con altre più cose, che unite allo spasimo delle ferite riportate facevano venire a Lelio la schiuma alla bocca. Rattoppato alla meglio, con due cerotti sul viso, e un empiastro alla gamba, adagiatolo sopra una seggiola, portarono a casa messer Lelio, che mugliava come un toro battuto.

La Betta non si accorse del caso, e sempre corse finchè non si rinvenne riparata dietro le porte del palazzo Bulgarini cui ella attese a chiudere tirandone per di dentro due grossi catorci; ed era un farsi prestare lo imbuto dopo la vendemmia: così sicura, si mise a sedere sopra i primi scalini perchè, povera donna, non ne poteva più, e il cuore le picchiava dentro con una puntura da levarle il respiro; riposatasi alquanto disse: — Santa Vergine, se ho peccato, ed ho peccato di certo, tu mi hai punita a misura di carboni — e pianse giù a dirotta: tante poi furono le lacrime versate dalla meschina, che bagnò lo scalino dov'ella stava seduta: quivi rimase, finchè un servo scendendo, nè per di dietro così al barlume ravvisandola le gridò: — Che cosa è questo guazzo per terra, ne'? — Al quale ella rispose: — sono io, Giangio, che nel mettermi a sedere per riposarmi ho rotto una boccetta di acqua da occhi, che aveva preso dallo speziale per guarirmi la flussione. — La buona donna ebbe avvertenza a tutto, volle evitare il pericolo, che Giangio mirandola cogli occhi rossi sospettasse, che aveva pianto. Si levò, si ritrasse in camera sua gittando là dove andavano andavano le trine già sua cura e suo tesoro; poi seduta sul letto si mise a mulinare qual contegno avrebbe dovuto tenere con Paride suo; la sua immaginativa girava, e rigirava e non veniva a verun costrutto, pareva un cane quando si rivolge per mordersi la coda (il paragone io lo confesso gli è un zinzino abbrivato; ma ormai è cascato giù dalla penna ed ora mi par fatica a dargli di frego: fammi grazia, lettore, cancellalo tu); tuttavia premeva si decidesse, perchè intendeva di mano in mano più frequenti le scampanellate di Paride impazientissimo di sapere s'ella fosse tornata a casa; all'ultimo deliberò presentarsi a lui senza aver preso partito. Paride sentì da lungi il rumore dei suoi passi comecchè ella camminasse lieve e studiata come chi passeggia fra l'uova; appena si affacciò su la soglia di camera, egli guardò lei, ella lui. — Paride declinato il capo volle reprimere un sospiro, che strozzato si convertì in singulto da squarciargli la gola; Betta se ne andò ad appoggiarsi alla sponda in fondo al letto volgendo le spalle al malato sorreggendosi con la destra mano il gomito sinistro, del quale su ritto ella fece puntello alla faccia annuvolata.

Essi si erano parlati, si erano detto tutto, forse troppo, che poco. Chi sostiene, che la favella stia unicamente nella lingua piglia un granchio. La favella significa più esatti, e meglio i discorsi della mente; la passione può passarsi della favella: di vero, considerate i veraci amatori fatto getto di ogni soverchio eloquio, si stringono nelle espressioni: — Io ti amo; io ti amo. Ora quante più cose non si parlano ad un tratto con uno sguardo, o con un sorriso? Come avremmo potuto noi nei tempi passati esprimere i dubbiosi deliri, la paura, la gelosia, il rimprovero, la gratitudine, la fede, la discolpa, massime al cospetto dei congiunti mascolini e femminini, se non ci sovvenivano gli occhi? E due mani che si stringano non si comunicano esse tanti concetti da disgradarne una dozzina di fili di telegrafo elettrico? I labbri co' muscoli, che ci fanno capo per via dei loro sussulti, non palesano più affetti, che non manda suoni la più compita tastiera di piano-forte? L'Accademia della Crusca, quando avrà posto fine al nuovo vocabolario della lingua (lo faccio per augurarmi la eternità), mi darà licenza di compilare a mia posta un dizionario della lingua degli occhi, delle labbra, e dello stringersi delle mani: sono accademico della Crusca anch'io, e intendo esercitare il tocco di autorità, che mi riviene — di qui a cento anni: la Crusca non ha furia, ed io meno di lei.

Lelio Griffoli.

Ora rechiamoci al palazzo Griffoli: se messer Lelio nei suoi giorni più gai metteva spavento, figuriamoci che demonio incarnato doveva parere adesso gonfio, impolminato, tutto intriso di sangue: volevano spogliarlo; con la gamba sana tirò calci, volevano metterlo a letto; morse cui prima ne fece la proposta; rifiutò ogni refrigerio, cacciò via tutti; sola trattenne la Fulvia, la quale rimase con inestimabile disgusto, però senza paura, stantechè sapesse il suo marito senz'armi, ed a cagione della gamba offesa egli non si potesse movere.