— Come solo? O non ci era Filippa? Non la Girolama? Non Laparello?

— Sì, ci erano, ma quando non ci sei tu, mi sembra essere solo.

— O caro, risponde Betta, abbracciandogli il capo e stringendoselo al seno: fatti cuore, io mi trattenni a pregare Dio per te, il quale ho supplicato tanto, che confido mi abbia esaudita.... vedrai.

Subito in cucina, dove mise tanto carbone ad ardere, che ce ne sarebbe avanzato per arrostire un bue, e perchè accendesse più presto ci soffiava da scoppiarne le gote, senza curare della cenere, la quale le andava ad insozzare la faccia e i capelli. In breve la mulsa fu lesta, e tutta festosa, come fanciulla che vada a nozze, Betta la portò a Paride, che per la nuova assenza, e per la sete taroccava: egli la prese, e di un tratto la buttò giù:

— Buona!

— Ma ci credo, che sia buona, ripetè orgogliosa la Betta.

Povera Betta prima di porgerla al suo dilettissimo figliuolo ci aveva versato la manna di san Niccolò: anzi la dose assegnatale dalle otto alle dieci gocciole sembrandole poca ce ne versò dodici. — Contenta più di una Pasqua per la buona accoglienza incontrata, chiese ed ottenne tornarsene in cucina ed ammannirne un'altra. — Era cosa da strabiliare, vedere la Betta correre su e giù, che tanto non avria fatto un capriolo, garrire, mettere le mani da per tutto, e per la prescia, contro il consueto, non ripulire gli arnesi e rimetterli al posto. Questa volta ne fece per quattro bicchieri, avvisando, che sarebbe bastata durante la notte. Ricondottasi in camera, lui richiedente, gliene porse un secondo bicchiere, poi curvata la persona con le mani incrocicchiate si abbraccia i ginocchi, sporgendo la faccia verso Paride per contemplarne i moti lievissimi del volto. Mentre piena di ansietà aspetta vederselo trasformare sotto gli occhi, rifiorirne le guance, e l'alma salute versare a piena mano i suoi tesori su quel caro capo, con terrore infinito lo vede farsi colore di cenere, pigliare la faccia aspetto di cadavere, attenuarsi le narici, infossare gli occhi, incavarsi le tempie: tremare le labbra convulse, tutta la pelle incresparsi fitta fitta come nell'agonia degli uomini, ed anco degli animali bene spesso succede: indi a momenti il sudore piovergli giù dalla fronte in tale una copia, che pareva che piangesse; di subito ecco con voce rantolosa gemere:

— O Dio ardo, Betta, mi piglia fuoco la gola; acqua, subito dopo grida, acqua. — E la Betta in piedi acqua cerca, acqua gli porge non senza prima versarci nuova dose di manna di san Niccolò per amore di calmarne le angoscie: ma quelle andavano aumentando: di corto il veleno si palesa nella sua terribile potenza, avendo trovato il corpo debole, e mal disposto vi si apprese come la fiamma alle legna secche, ecco mutare la immobilità in agitazione, Paride si voltola per il letto mugolando, straccia co' denti le lenzuola, si aggrappa con le mani alle colonne del letto, tira calci frequenti più che non fa il marinaio cascato in mare in procinto di annegarsi; urla il nome di Dio e dei santi, chiama in soccorso i congiunti morti e vivi; maledice la Fulvia causa di ogni infortunio, mostra pentirsi poi, torna a maledirla, finalmente ogni cara affezione si spegne, e prevale esclusivo l'odio nel suo aspetto più terribile. Il veleno prosegue la opera della distruzione, la faccia del misero giovane, da cenerina, ch'ella era, piglia il colore violaceo, indi con subita vicenda nera; gonfia qua e là di vesciche: davvero era una rincorsa spaventevole alla distruzione. Con disperato progresso dalla bocca piglia a colare un'umore viscoso di odore insopportabile; dopo cominciano i conati al vomito accompagnati da singulti da schiantare la gola; appena cessato il vomito cominciano le deiezioni alvine di cui la fetidezza ammorbava.

Tali, e più tremendi ancora gli effetti dell'acqua tofana, così appellata perchè certa mala femmina nata a Palermo la trovò; ella si conobbe distinta anco col nome di acqua di Perugia; comunemente dicevasi acquetta, perchè limpidissima; da Palermo la strega si recò a Napoli, dove assai si adoperò nella tetra sua arte, ed istruì alcune, le quali la propalarono da per tutta Italia massime a Roma: sovente la cupidità dava mano a cotesto veleno, ma più spesso l'odio e lo amore; nati a un parto come Esaù e Giacobbe di cui l'uno nascendo agguantava l'altro pei piedi, ed anco un po' come Eteocle e Polinice s'è pur vero quanto ci raccontano i vecchi libri, vo' dire, che eziandio nel ventre di Giocasta si azzuffassero. Parecchie mogli diventate moleste ai mariti sparivano, ma due e tre cotanti più erano i mariti, che di mala morte cessavano. — E' sembra, che le donne, in tutto il resto, bene intesi, amabilissime creature, quanto ad avvelenare ci abbiano un genio proprio speciale; difatti a Roma andò celebre la Locusta ai tempi di Nerone, in Francia la Brinvilliers, vera provvidenza degli eredi impazienti, a benefizio dei quali inventò la polvere di successione; e fo punto[4]. — La più celebre allieva della Tofana si chiamò Spera, la quale (orribile a dirsi!) tenne scuola frequentata da giovani mogli (uomini l'avvelenatrice non voleva) che certo non appresero il mestiere indarno, sicchè Roma andò funestata da strane morti: e tanto si sparse intorno il terrore, che il governo di papa Alessandro VII attese con ogni sottil diligenza a scoprire la congiura, e ci riuscì con molta sua lode. La Spera alunna della Tofana e come lei siciliana con quattro altre complici finì strozzata, e non ebbe il suo avere. Intorno alla morte della Tofana corre diverso il grido: taluno afferma, ch'ella si riparasse dentro un convento, dove traeva vita santissima da edificare le compagne; però tanto non seppe infingersi, che gli occhi acuti di un bargello non distinguessero sotto le vesti della recente monaca l'avvelenatrice antica; onde, quinci tolta, e processata, dopo avere confessato, che ben seicento persone per opera sua ebbero la morte pagò le debite pene; altri poi narra, che nel convento ella finì la vita lasciando esempio imitabile di virtù ed odore di santità da sentirsi pel paese quattro miglia lontano.

Intanto tutti i servi di casa Bulgarini, e non pochi del vicinato, tratti dal rumore degli omei, eransi raccolti nella stanza di Paride; tanti capi, tanti pareri, chi, secondo gli umori, voleva, che innanzi ogni altra cosa si pensasse all'anima e si mandasse pel confessore, chi all'opposto si provvedesse al corpo e si cercasse il medico, e chi il notaio per acconciare gl'interessi del mondo, chè a quelli dell'altro Dio ha destinato la eternità per pensarci due volte ed assettarli a bello agio. I rimedi proposti vari e stranissimi; ognuno, o per dire meglio ognuna, sosteneva a spada tratta il suo, sicchè vennero a lite fra loro; e' fu mestieri transigere accettando un po' da tutte; così preso un piccione, e tagliatolo in mezzo lo adattarono al povero infermo come cuffia sul capo, ebbe senapismi ai piedi, fomente al ventre, cristei, per bocca acqua calda e olio; poi il lumen Cristi sul seno; l'ulivo benedetto su la fronte; abitini un diluvio; le goccie di san Tommaso di Aquino, le quali, per dire la verità, in cotesto caso facevano proprio la figura del Soccorso di Pisa, s'è pur vero, che san Tommaso morisse per lo appunto avvelenato. Dopo un tafferuglio da non si dire, tre persone corsero in tre parti per chiamare confessore, medico e notaio; quindi subito fu spedito la quarta per avvisare il fratello di Paride, Lattanzio con raccomandazione, che venisse via a rotta di collo se pure intendeva vedere vivo il fratello. — Primo accorse il prete con tutti gli arnesi del suo mestiere, il quale messa subito la mano ai ferri incominciò dalla confessione; ma lo infermo comecchè fosse più nel mondo di là, che di qua, mostrò disgusto per cotesto ronzío, che il prete gli faceva nelle orecchie da parere più che altro un moscone dentro un fiasco; allora lo tenne per confessato, e passò alla comunione; nè in questa il prete fu meglio avventuroso, chè il vomito incessante non gli concesse il destro per introdurgli in bocca l'ostia consacrata: indizio pessimo per alcune comari, le quali dopo cotesto caso si allontanarono, giudicando lo infermo al tutto sfidato; imperciocchè tenessero per sicuro, che se ci entrava l'ostia avrebbe fatto perdere la virtù al veleno come si era altre volte veduto. Sopraggiunse in cotesto frattempo il medico, il quale per far presto si era vestito correndo per la strada, che era a vederlo una pietà: tolto subito un lume lo accosta alla faccia del moribondo, nè parve nè anco un momento perplesso intorno alla indole del male: tra spaventato, e affannoso si volge agli astanti e domanda: