— Chi aveva in cura questo infelice?

— E chi altri se non io? rispose Betta.

— Che cosa gli avete voi ministrato?

— L'acqua miracolosa del medico romano.

— Quella, che aveva suggerito io, mormorò sommesso una comare comparsa nella stanza per amore di curiosità e di confusione.

— Ecco qua la guastadetta, continua la misera donna, vedete egli ne ha bevuta appena la metà.

La vide il medico, lesse la leggenda: Manna di san Niccolò di Bari e compreso di orrore esclamò:

— Avvelenato! — Iniqua femmina.... tu l'hai avvelenato....

La Betta proruppe in un urlo che straziò le orecchie, e più il cuore a quanti lo udirono, con una mano si svelse una ciocca intera dei suoi capelli grigi, con l'altra strinse la maladetta guastada, e fuggì via come persona diventata per subita mattezza vesana. Ogni rimedio parve inutile al medico, pure lo tentò, ma lo stato dello infermo andò di mano in mano peggiorando, sicchè sul mettersi del dì egli si era condotto in extremis. In cotesto punto si affacciò su la porta il fratello Lattanzio, il quale, passando a respirare dal vivido aere cotesta atmosfera tetra e pestifera, balenò su la soglia per cadere: riavutosi alquanto, corse diritto alla finestra e la spalancò. Il sole sorgente ci versò un fascio di raggi i quali precipuamente illuminarono il letto, lo infermo e ogni altra cosa. Orribile vista! Nulla più presentava di umano il misero giovane, quanto rimaneva era informe carne putrefatta; Lattanzio stette come impietrito, ma Paride, o sia che lo improvviso colpirlo della luce suscitasse in lui la estrema scintilla della vita, o sia, come per ordinario avviene alla creatura prossima a finire, che sembra farsi indietro nella vita per pigliar campo a dare il tuffo nella morte, fatto sta, che aperti gli occhi riconobbe Lattanzio, e con voce maggiore di quella, che pareva consentirgli il suo misero stato susurrò:

— Fratello! Ti lego la mia sostanza e la mia vendetta. La Fulvia mi ha avvelenato.