Lelio sempre malconcio del solenne cimbottolo, che aveva tombolato, stavasene tuttavia in casa dove costringeva la Fulvia, contro sua maladetta voglia a tenergli compagnia. A cotesti colloqui presiedeva lo sbadiglio nei dì di festa; in quelli di lavoro la meno trista passione che ispirasse cotesti due coniugi era l'odio: ogni parola portava seco il pungiglione, trafiggevano tutte, la diversità consisteva nella punta più sottile o meno, tra lo stiletto e l'ago; se non così quelle di Lelio, allora fastidiose, e sazievoli fino alla morte; quando ei favellava pareva a Fulvia avere un sassolino entro una scarpa, un bruscolo nell'occhio, una zanzara allorchè piglia a bersaglio il naso di un galantuomo, ovvero il ronzío dello impronto moscone dentro l'orecchio: e chi più sa più ne metta. O che giocondo vivere in matrimonio quando i coniugi riposano la testa sopra un guanciale, che ognuno dalla parte sua ha ripieno di desiderio di scambievoli e cordiali accidenti apopletici, ovvero epilettici non monta. — La sera stessa, che successe il caso del Bulgarini, questi due sposi stavano, secondo la usanza, a lacerarsi gentilmente, quando di un tratto fu udito un fischio acutissimo; Lelio si scosse, ed esclamò:
— Ha da essere Ciriaco, che torna da Roma, e mosse per andargli incontro.
— Proprio gentil maniera! E sopportate voi, che il vostro servo vi chiami a mo', che il bargello costuma gli sbirri suoi?
Ma l'altro non gli rispose che altra cura lo stringeva; egli stesso aperse a Ciriaco, come erano già accordati, per la porta di dietro, che metteva in cucina; appena potè incollare i suoi labbri all'orecchio di lui lo interrogò:
— Ebbene?
— È affare fatto; ma mi è toccato sudare acqua e sangue per trovare un po' di acquetta, che prima si aveva alla mano come l'acqua di Fontebranda; mi rincresce per voi, messer Lelio.
— Per me? Che ha che fare meco l'acqua tofana?
— Eh! riprese Ciriaco con aria compunta, perchè mi toccò pagarla un'occhio se pure ho voluto portarla meco.