— Che! non è vero forse, che abbiano trovato morta la Betta?

— No, che Betta abbia avvelenato Paride Bulgarini: la donna, che allattò una creatura non l'avvelena. — Io credo... spero... temo avere scoperto il reo, o piuttosto i rei di codesti omicidi: Lelio, Ciriaco, guai a voi, se il mio sospetto diventa certezza... voi siete spacciati.

Così dicendo si parte, e lascia cotesti due presi dalla paura per modo, che battevano i denti. Nè per l'uno nè per l'altro cotesto era il suo primo fatto di arme; ma cotesta stoccata diritta, mentre avevano adoperato così sottile cautela a condurre la cosa, proprio nel vero modo in che doveva essere fatta, aveva loro traferito il cuore; onde Lelio guardando sottecchi Ciriaco gli domandò:

— Ciriaco! di quella acquetta te n'è rimasta punta?

— Nè manco una gocciola.

— Tu se' nato sciupione, e morirai all'ospedale. Bisognerà, che tu ritorni a Roma.

— Per andarmene quinci in Piccardia.

La Fulvia si chiude nella sua stanza, e quivi boccone sul letto prende a pensare su la fine di Paride, io dico ella piglia, ma non mica per atto di volontà, bensì condottavi da una forza, che in lei poteva più di lei: certa virtù segreta, le dipingeva nella immaginativa il Cristo del Sodoma flagellato alla colonna; mirava le spine fitte nelle carni, le goccie sanguinose giù per la fronte, e per le guancia, gli occhi ebbri di spasimo, la bocca spirante agonia, e nella mansuetudine divina un rimprovero senza fine atroce ai suoi carnefici; a poco a poco l'agitato pensiero sostituisce alla sembianza del Cristo quella di Paride, che con voce sottile le dice: — Vedi! per te come sono concio? La mia vita fu falciata peggio di fieno nel prato. Per colpa tua io nacqui per soffrire e per morire: di me veruna traccia nel mondo, il sepolcro mi raccoglie intero. E qual mai il mio peccato contro di te? Ti amai troppo; è forse offesa amare? E tu perchè ti mostrasti così fatalmente bella al mio sguardo? E che io domandava da te? Un po' di elemosina di amore, uno sguardo, un detto, che mi consolassero; io fui reo di amarti prima di Dio, tu rea di avermi amato meno di un cane, di non volermi considerare nè manco per prossimo. Ebbene, abbiti la misericordia, che adoprasti; io t'impreco una vita presso cui la morte sia da te desiderata come sollievo; però la morte altro non faccia, che spalancarti la porta della eterna dannazione: sii maledetta in eterno. — La Fulvia tremante come vetta dibattevasi nell'agonia, e con parole rotte supplicava: — «Non maledirmi Paride, della tua morte io non ho colpa; tu sai chi sieno stati i micidiali; se aspettavi un poco io ti avrei amato... ed ora ti amo, caro infelice, con tutte le viscere dell'anima mia, non imprecarmi male; assai mi si volgono amari i giorni della vita; non ti paio abbastanza misera onde tu voglia anco opprimermi col peso della tua ira?» — La immagine di Paride parve non potere resistere allo scongiuro, sicchè con molta passione rispose: — Fulvia, morto o vivo io, te colpevole o no, non posso odiare: io ti perdono.

Pronunziata appena questa parola perdono, ch'è l'ultima, secondochè afferma il Vescovo Isaia Teigner, della favella da Dio parlata alle prime creature sopra la terra, accadde una tramutazione nella immagine di Paride, le spine della fronte diventarono raggi, i capelli pigliano un bel colore di oro su i quali cotesti raggi riverberano, onde il capo di lui comparisce circumfuso di luce, come nell'antica e nella moderna religione effigiaronsi i santi; limpidi diventarono gli occhi, le labbra benigne, tutta la faccia pacata, poi in suono di melodia soggiunse: — Così ti usi Dio misericordia, come io ti perdono. — «Sì che tu mi sarai misericordioso, e solo che tu interceda per me presso sua Madre Santissima, anco Dio mi perdonerà;» e così dicendo la Fulvia sporgeva le mani giunte in atto di fervente preghiera; intanto si sentiva dentro quasi squagliare il cuore; un gruppo di passione le prese la gola e gli occhi, ond'ella diede in pianto dirotto sclamando: — «Misero!... misero!... mi sarà finchè vivo la tua memoria diletta, nè sarò mai quieta finchè i tuoi scellerati uccisori non abbiano pagato le meritate pene.»

E Lelio, che se ne stava con Ciriaco ad origliare alla porta sussurrò nelle orecchie di questo: