La Fulvia quasi nel medesimo tempo dava opera al proprio abbigliamento: più che non pareva decente attese a scerre vesti, e colori ed ornati: forse in occasione tanto solenne ella aveva mente a piacere? Giusto così: la donna non renunzia mai a piacere; dicesi, una dama presso a morte volle contemplarsi nello specchio, e miratasi pallida ordinò le recassero tosto polvere di amido, e pezzetta di levante per incandidirsi, e imporporarsi dicendo: «Essere sconvenevole aversi a presentare alla Morte con quella faccia da cataletto;» e la stessa Morte vidi io raffigurata in uno scheletro inghirlandato di rose. Però la Fulvia sopra cotesta fronte ampia e bianca su la quale, se Venere avrebbe deposto lieta il suo serto, Minerva pure non avrebbe sdegnato coprire col suo elmo, non mise niente. Provò una rosa amaranto, e non le piacque; soli i capelli nerissimi, acconciati in modo che parevano arruffati, ed erano con esquisita arte composti; le vesti di colore oscuro facevano risaltare vie più l'abbagliante candidezza della pelle, nè tanto accollate, nè scollate tanto da celare troppo, nè palesare troppo i tesori del seno: appunto come il Tasso dice della rosa, che quanto si mostra meno, tanto è più bella. Messa bene in arnese si contemplò anco una volta nello specchio, non senza segreta inquietudine, chè una voce sottile e pure molesta le zufolava nel cuore, ormai ella essere giunta al suo trentesimo anno; ma quando, in mezzo al lume dei doppieri, vide la sua faccia sfavillò di riso, e dallo specchio parve movere il solito plauso: — va franca, donna, va franca, tu sei ancora bella.

Oh! che tormento aspettare incerti se la persona desiderata verrà o non verrà: per me ne ho provato parecchie, ma la dubbia aspettativa mi lima non pure il cuore e il cervello, ma le altre viscere tutte, e i nervi e i muscoli; se fosse in balía dei Giudici, io sostituirei la pena della ansietà a quella di morte: o per meglio dire non la surrogherei reputandola in coscienza più tormentosa di quella. La Fulvia aperse la finestra a mezzo e tuffò lo sguardo, quanto poteva protenderlo più lungo per iscoprire qualche sembiante umano, che colà si appressasse; indarno, chè le ombre fitte non permettevano spaziare alla vista. Ambe le mani a mo' di ventola metteva intorno gli orecchi per raccogliere l'onda sonora mossa da pedate lontane; ma non raccoglieva niente, si alzava cento volte, e su quanti lettucci, e sedie erano nella stanza si abbandonava; cominciava un discorso per esortarsi alla pazienza, e, a mezzo si rizzava in piedi furente e smaniosa. Di un tratto la torre del Mangia sonò un'ora, Fulvia schiuse gli occhi donde le schizzarono due lacrime; sentì proprio picchiarsi il battaglio sul capo; successe il secondo colpo, e con esso la seconda sensazione: se avesse continuato al quinto, o al sesto, io penso, Fulvia ne sarebbe rimasta o spenta o matta. Il petto mano a mano ansando ora si angoscia in tali palpiti ai quali sembra impossibile, che duri il tenue tessuto del petto della donna: alfine le parve udire strepito lontano; prima di pensarlo si trovò all'uscio, e apertolo si diede ad origliare; certo avevano schiuso il portone, certo parecchia gente veniva su per le scale, vide appressarsi insolito chiarore di torchi: senz'altro era Lattanzio: allora ella richiuse pianamente l'uscio, e si mise a sedere pestando mani e piedi per comparire tranquilla. Difatti dopo brevi istanti ecco comparirle davanti l'aspettato giovane: questi con gentile fierezza fattosi presso al lettuccio dond'erasi levata la Fulvia per riceverlo:

— Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto.

Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto (Pag. 116.)

— Grazie.

— Non ci ha mestiero ringraziamenti perchè qui venni per amore di cortesia, e per istudio di vendicare la morte fraterna.

— Pregovi accomodarvi, signore.

— Gran mercè! Mi sento a mio agio tenendomi in piedi.