— Ah! Lattanzio, che voi non mi odiate... come micidiale del vostro fratello.

— Signora... Fulvia, io potrò non odiarvi, e potrò anco... riverirvi, quando mi avrete aiutato a scoprire il vile avvelenatore di Paride, ed a compire sopra di lui la vendetta fraterna.

E, salutando profondamente, mosse per uscire. Alla donna non parve opportuno trattenerlo: così separaronsi la prima volta; la Fulvia rimase come il pescatore il quale tirando le reti mentre sperava acchiappare un dentice si trova ad avere preso un crognolo; certo si riprometteva di più, e il primo senso fu di dispetto, che a mo' del poco vento sul fuoco, attizzò la sua passione; di vero dopo averci bene bene pensato su, esclamò: «Faremo meglio un'altra volta» — e non a torto, la pesca era stata scarsa, ma il mare era riconosciuto pescoso, sicchè nè contenta nè lieta se ne andò a giacere.

Lattanzio, per la parte sua dando spesa al cervello, ragionava così: «Se veramente ella non aveva peccato perchè la odierebbe egli? Il fratel suo tanto nemico di ogni ingiustizia, mentre fu in vita, potrebbesi supporre mai, che l'amasse morto, e a lui come un giogo di pena lo imponesse? S'ella aveva detto il vero, in lei sarebbe stata colpa d'imprudenza, non dolo; e comecchè non bene, pure in parte aveva già scoperto come era andato il fiero caso.» Simile allo antiquario, che con molto travaglio tenta ricomporre una iscrizione antica, talvolta si ferma a ritrovare le ultime lettere; egli con due o tre notizie di più avrebbe ricostruito precisa la storia della morte fraterna: nondimanco, prima di mettere mano ai ferri, voleva essere chiaro; per lui spegnere l'omicida del fratello era meritorio quanto comunicarsi, ma se si fosse ingannato ne sarebbe morto di affanno: avrà pensato male, ma la pensava così, nè adesso corre stagione opportuna da fargli una predica.

Ora Fulvia sperava, che Lattanzio la richiedesse di nuovo colloquio, e Lattanzio per converso teneva per certo di ricevere un secondo invito. Ella, ad ogni picchio alla porta di casa, sporgeva il capo fuori della stanza domandando chi fosse; egli tornando a casa, se dopo avere chiesto se fosse capitata persona a portare lettera o messaggio, udiva di no, tirava su per le scale fischiando come un serpe. — Così la non poteva durare, e per queste faccende, bisogna pur dirlo, le donne corrispondono fra loro come le corde armoniche del medesimo strumento: di nutrice, e di fantesche fidate, non fu mai penuria nel mondo; le amiche poi fanno a farsela. Le scuse di cui si ravvolse la seconda chiamata furono parecchie e sottili; sottili tanto, che a guisa del mantino verde intorno al lume non celavano il motivo vero. Lattanzio, richiesto se sarebbe andato rispose di botto: — Magari! — E subito dopo profferita la parola si morse le labbra in pena del peccato d'imprudenza; ma sasso lanciato, e parola detta non si revocano più; onde la messaggera sparvierata sorrise, ed egli diventò rosso fino alle ciglia. La messaggera discreta fece capace Lattanzio non essere caso ora, ch'egli come la prima volta si presentasse alla porta maestra, nè che i servi lo mirassero, nè co' torchi accesi su per le scale lo accompagnassero: venisse solo verso la mezzanotte e passasse per la viuzza dietro al palazzo, donde passò Ciriaco reduce da Roma dopo avere avvelenato Paride. Battesse nei vetri, che gli sarebbe aperto, non traesse seco compagni, ma venisse difeso di giaco e armato di spada. Ora voi avete a sapere, come nelle faccende di amore mistero è mezza colpa, o piuttosto il cartello messo sul crocicchio delle vie per indicare la strada che mena al paradiso, o allo inferno, secondo che giudicheranno o la castità, o la età dei lettori così femmine come maschi.

Trovaronsi insieme, dissero, ridissero, e dissero poi le medesime cose: la Fulvia vinta e sopraffatta non indicò per nome il suo marito, ma lo descrisse per modo, che di certo non si sarebbe potuto scambiare: ella insomma fece come il fanciullo còrso quando il bandito si ricoverò in casa di Piccione; la lingua tacque, ma additò la mano il luogo dove l'ospite bandito stava acquattato sotto un mucchio di concio. Nel cuore di Lattanzio ormai era risoluta la morte di Lelio: ora bisognava trovare tempo, ed occasione per compire la vendetta sicura, per non levarsi come suol dirsi la sete col presciutto, o pigliare il male per medicina; con Fulvia ormai i vincoli di amore o ferrei o serici lo avevano stretto più che fra loro si fossero confessato; si sentirono uno tratto verso l'altro per la mano, tuttavia comprendendo, che il destino gli avrebbe strascinati nolenti pei capelli; si amavano, e si odiavano; lontani smaniavano, trovarsi uniti, vicini pareva loro mille anni di separarsi: stato di animo di cui avrebbe pòrto immagine l'arme di Siena, spartito di bianco e di nero: temevano aprirsi il cuore, e tremando che il terreno si scoscendesse sotto loro, non osavano movere un passo più in là.

Ma la immobilità non fu mai il peccato di amore: troppo, e troppo forti le offese non alla stregua affatto delle difese; e chi li spinse innanzi sapete voi chi fosse, o come si chiamasse? Ve lo do a indovinare in mille: fu messere Francesco Petrarca. O Petrarca figlio di Petracco notaro pubblico fiorentino e canonico di Padova, se tu comparivi al mondo prima di Dante Alighieri, per me credo, che questi invece d'incolpare Galeotto signore delle quattro Riviere di essere stato il mezzano tra Isotta e Lancellotto, egli avrebbe addirittura messo in ballo il Canonico di Padova. — Io pongo su pegno, che le rime del Canonico innamorato abbiano fatto rompere il collo a più amanti, che il Boccaccio, l'Aretino, il Casti, e tutti quanti dei quali si tace il nome honestatis causa. Invero, sua mercè, ogni voce di tentazione è messa in suono di flauto: dittami e rose egli sceglie nei campi dello idioma e del senso esquisito dello spirito umano e te ne infiora la via che mena alla perdizione: i suoi sonetti mi hanno sempre avuto l'aria di arazzi co' quali nel dì del Corpus Domini tappezzano il bordello per celare la luridezza dei muri: insomma nel volume del canonico tu trovi come si abbiano ad usare gli atti, i sospiri, le sussurrate parolette brevi, i dolci sdegni, le molli repulse; e i sorrisi in fondo, veri arcobaleni degli amorosi temporali: colà tu trovi descritto ed inventariato intero l'arsenale di amore per istruzione di chiunque volesse approfittarsene. Aggiungi la civetteria, qualità suprema nei poeti, massime se canonici (e questo bandisco a voce alta) e nelle donne (questo altro mormoro a voce sommessa), di mostrarsi e non mostrarsi, e qui dirti quasi a lettere di avviso della compagnia equestre Guillaume, che di non leciti amplessi egli fu lieto peccatore, e là quasi giurarti su l'ostia, ch'egli simile in tutto all'armellino, innanzi di maculare la sua candida pelle, avrebbe preferito morire una volta e mezzo: ipocrito miscuglio di vanità indiscreta, e di gentilezza stantía. Il corpo non dona ale, bensì sensi all'anima, ond'ella esaltata dalla sua natura eterea, e da questi, s'innalza al firmamento dove legge la Gazzetta ufficiale del Creatore stampata in carattere di stelle; giù, su corre, e ricorre con voli raddoppiati il cielo col desío della rondine in cerca di mosche esca aspettata al caro nido. Allora sembra alle anime innamorate vedere nella luna una vestale che nei silenzi della notte muova a visitare la tomba dell'amica defunta; per loro i raggi degli astri lontani paiono benedizioni di luce sopra le sepolture obliate, forse derise dei caduti ad Aspromonte o a Mentana. Disgraziati! Ignoravano, che ai popoli è interdetto mangiare il pane della libertà, se non venga prima, pesato loro sopra la stadera della monarchia: da ora in poi sapranno dovere che sia. Discite iustitiam moniti et non temnere divos, insegna Tantalo ai dannati nello inferno, ed io lo insegno a voi, o morti, quasi con altrettanta efficacia... Ah! torniamo alle beatitudini delle anime innamorate: esse penetrano nei misteri degli amori odorosi dei fiori, esse sentono i palpiti della marina, e nella tremendamente indefessa creazione e distruzione sembra loro (o beatissime!) udire l'inno di ringraziamento dell'universo a Dio, che ci creò per soffrire e per morire. Però, dopo tanto spaziare dell'anima per la terra e pel cielo, il caso con uno strettone la tira a sè ed essa casca giù languida e spossata facile preda del senso, che l'aspetta al varco. Lasciarci governare dal solo senso è grave fallo; ma a commetterci in balía del solo spirito non corriamo minore pericolo: affermarono, che a Roma si va per tutte le strade terrene (ora il proverbio non corre più, conciossiacchè il governo guastatore di ogni umana e divina cosa non potesse lasciare intatti neanche i proverbi), ma allo inferno si fa capo anco per le vie del paradiso: di fatti il diavolo, o che ci andò da Pontedera? Ci andò precisamente dal paradiso. Lattanzio solenne ammiratore del Petrarca cominciò dal mostrare alla Fulvia i motti arguti, i concetti festosi, le locuzioni divine, poi lasciò cascare il libro, e mise le lezioni nel dimenticatoio; elle finirono come quelle di Abelardo e di Eloisa, e come erano finite sempre fra giovani innamorati prima di cotesti due incliti amanti: più baci, che parole, eccetera, finchè il canonico traditore zio di Elisa, che Dio faccia tristo per tutta la eternità, siccome a Ferraù costumò Rinaldo.

Ziffe e acconciollo pel dì delle feste.[5]