— Qui o altrove a tuo piacimento.
— Usciamo.
— Usciamo.
Eponina desolata li vide partire, e col cuore ancora più chiuso dopo breve spazio di tempo li vide tornare: si tenevano a braccetto per non traballare; le faccie e i colli a terra come se li gravasse un medesimo giogo d'ineffabile affanno. Curio non trovava bandolo per cominciare, Eponina per chiedere; un gemito di lei tenne luogo di domanda. Allora Curio reggendosi con la destra ad una tavola a voce fioca favellò:
— Sorella, Ludovico ha ragione; nel rifiutare le tue nozze egli fa prova di rettitudine e di gentilezza. La sorte maligna ci vince. Io quanto posso ti scongiuro, sorella, di tornartene a casa: là nelle braccia di nostra madre riparati, finchè la tempesta duri e, se non cessasse, morite almeno consolate con la mutua pietà. Dammi, sorella un abbraccio; dammi un bacio.... venti baci, e addio.
— Ed ora dove vai, Curio? — domanda con crescente angoscia Eponina.
— La gioventù italiana è corsa alla chiamata del Garibaldi nel Tirolo a combattere le ultime battaglie della patria: io vado a cercarvi la morte.
Ed avventatosi al collo della sorella, dopo averla baciata e ribaciata, corre via precipitoso; senonchè, giunto in fondo al corridore, ritorna sopra i suoi passi ed affacciato all'uscio della stanza di Eponina, esclama:
— E rammentati bene, Eponina, che io, tuo fratello, ti faccio testimonianza come Ludovico, ricusando di palesare a te e ad altri le accuse che lo movono a respingere le tue nozze, dimostra tale generosità di cui non avrei mai creduto capace la creatura umana. Ludovico, addio, e tu pure rammenta che sei andato troppo in su per durarci un pezzo: chi la piglia troppo alta ordinariamente fa stecca.