«Come si fa?» bisbigliava in modo che lo sentissero tutti; «gran brutta dote mi donò natura, col farmi affezionare troppo a chi mi sta dintorno: se mi dessi la disciplina ogni quattro ore di filo, non basterebbe a scontare questo viziaccio.»

Verso sera scivolava guardingo a casa del giovane; quivi padre e madre consolava; certo quel benedetto ragazzo l'ha fatta grossa; pure stessero di buon animo, che egli per quanto gli bastassero le forze gliel'avrebbe accomodata. E qui figuratevi le benedizioni, i pianti, i baci sulle mani e sulle falde del vestito, e l'accendere i quattro lucignoli delle lucerne per fargli lume sino all'ultima scala. Svoltato il canto, Omobono, senza frapporre indugio, si recava al giudice istruttore, dove sulle prime pigliava le difese del giovane per terminare col mettere il magistrato sulla via di scoprire il giovane e coprire sè.

L'altra nequizia di costui consisteva nel seminare discordia tra persone amiche, e, se congiunte per sangue, tanto meglio; nè si ristava dal soffiare in cotesto fuoco, finchè non lo vedesse divampare in odio immortale; allora pareva scaldarcisi le mani con ineffabile contentezza. Insomma, per le qualità dell'anima Omobono Buoncompagni era tale da credere che, a suo tempo capitato allo inferno, Giuda Scariotte, fattogli di berretta, si alzasse dal suo seggio e gli dicesse: «Ci si metta lei

Quanto poi alle doti fisiche ogniqualvolta Orazio si riportava al pensiero le forme di Omobono, rideva ad un punto e rabbrividiva, imperciocchè davvero il corpo di lui rappresentasse una truce buffoneria; veduto di profilo pareva una figura composta di tre sette: dal cucuzzolo del suo zuccone scendeva una linea inclinata sopra la fronte, ed un'altra dal cucuzzolo fino alla nuca; questo il primo sette: dalla collottola giù per le spalle chine in avanti partendosi un'altra linea terminava all'osso sacro, donde ripiegandosi lungo le cosce toccava il ginocchio; e questo il secondo sette: il terzo sette composto dalla medesima linea delle cosce e da quella delle gambe arrembate, fino al tallone: costumava inoltre portare le braccia a guisa di manichi di brocche, e le mani nascoste o in tasca dei calzoni, o nella cintura, chè aveva

Dita e man dolcemente grosse e corte

come quelle dell'innamorata del Berni. I piedi, zoccoli veri di animale solipede, onde, o perchè male ci si reggesse sopra, o per qual altra causa, saltellava sempre: vera scimmia affricana, e di scimmia egli mostrava altresì la faccia gialla come lardo invietito, grinzosa e scura sotto gli occhi grigi. Come i pensieri sotto, così i capelli sopra cotesto cranio rari, scarmigliati, bianchi e neri come se avessero lite fra loro: camuso il naso, di cui le narici, o piuttosto froge, si dilatavano e si crispavano, unico segno in lui di sensibilità: si sarebbe detto che il cuore, accortosi della sua inutilità in cotesto corpo, avesse depositato la facoltà del palpito sopra le alette del naso a costui: la barba rigida e mozza, che ritta sempre in su più che ad altro rassomigliava ad una zeppa per ispaccare le legna: la bocca sdentata, chè forse i denti non avevano potuto reggere alla fiumana corrosiva delle ribalderie del continuo irrompente dalla gola di Omobono: breve, onde io ponga fine a questa miniatura, cotesta era faccia che la molta virtù di Socrate valse a rendere tollerabile, e non potè nobilitare; faccia, che, a mio parere, fruttò più di un voto nella sentenza che condannò il povero filosofo a bere la cicuta; faccia, che prima di Socrate, ai tempi di Socrate e dopo lui fu giudicata sempre dagli intendenti faccia di ladro. Difatti narrasi dal dottore Zimerman[9] cosa o ignota a tutti, o a pochi manifesta, come un giorno capitasse in Atene certo fisiomante, al quale, prima ch'egli avesse preso lingua in città, i discepoli di Socrate mostrarono il maestro, affinchè dai lineamenti del suo volto tirasse a indovinare la natura di lui; sicuri che egli avrebbe preso un granchio, ed essi una riprova della inanità della sua pretesa scienza. Il fisiomante, considerata un cotal poco la faccia del filosofo, sentenziò reciso: «Questa è faccia di ladro.»

I discepoli di Socrate diedero in uno scoppio di risa; ma qual fu mai la maraviglia loro e lo spavento, quando Socrate, dopo aver racquetato col cenno cotesto rumore, disse placidamente: «Quest'uomo ha ragione; sortii da natura lo istinto del ladro, e me dominò per lungo tempo la passione del furto, la quale avendo spinto a furia di combattimento fuori dell'animo mio, tanto non seppi fare, che ella non abbia lasciato qualche traccia di sè sopra la mia sembianza.»

Intanto tu, lettore, poni in sodo questo assioma: faccia bianca con occhi grigi e naso camuso, ordinariamente è faccia di ladro.

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Nel punto stesso in cui Orazio terminava di susurrare le parole: «io per me non glielo manderei» ecco levarsi dall'altra parte della sala uno strepito di voci gioconde, che in diversi tuoni gridavano: