Sarebbe spietà e travaglio pretto dell'anima chiarire come le subitanee conversioni dei tristi occorrano tanto frequenti nei desiderii e nelle immaginazioni degli scrittori, quanto rade nel mondo reale: non impugno qualche caso di convertito sul serio: avis rara, ma però tanto straordinario, tanto pericoloso, tanto incerto, che di tratto in tratto parmi lecito domandare a sè stesso, se la carne valga il giunco.
Poniamo da parte se l'uomo obbedisca a propensioni naturali; io credo di sì; certo è poi che un abito morale formato da diuturne meditazioni, da propositi continui e da pratiche giornaliere talmente ti si converte in natura, che tu non potrai spogliarlo senza che ne venga via anche il pezzo.
Cedendo all'impeto di una spinta violenta, il cuore dell'uomo al pari dell'ago calamitato devia dal suo polo, ma poi e cuore ed ago lasciati a sè stessi tornano oscillando al punto dove la necessità li costringe; tanto più il cuore, in quanto gli fanno forza molte e diverse passioni incrostate, per così dire, nello essere suo; però che ora ceda alla vendetta, ed ora alla cupidità, talvolta alla vanità, tal'altra alla superbia, e così via, le quali passioni tutte spesso procedono nel medesimo individuo non già alla spicciolata, bensì congiuntamente.
Così Omobono, nato falco e vissuto sparviere, entrando nel cammino della onestà parve un pulcino dentro la stoppa; sopportava fatica da sudare acqua e sangue; a mantenersi saldo sulla via del galantuomo sentiva proprio dolore quanto e più ne pativa l'uomo condotto a sostenere il giudizio di Dio delle braccia aperte in croce, finchè durava la messa.
Nella insolita scalmana di affetto verso la figlia e il nipote, che mai non disse e non fece Omobono! Donò ad Isabella tante gioie pel valsente di oltre trentamila lire; volle costituirle la dote di ben oltre quattrocentomila; il neonato, ben intesi, doveva esser suo, propriamente suo, e però erede di quanto egli si trovava a possedere nel mondo. Lasciasse, per amore di Dio, Marcello quei suoi tisicuzzi negozi, dove assottigliandosi anima e corpo avrebbe raggranellato una dozzina di mila franchi per anno: pensiero suo sarebbe stato di avviarlo per modo che, senza un suo risico, dodicimila lire le avrebbe guadagnate in un bacchio baleno: si lasciasse fare!
E troppo tempo non corse, ch'egli s'industriò con ogni maniera di astuzie riagguantare le gioie donate ad Isabella, la quale, tuttochè buona femmina fosse, pure era femmina, e però a pigliare generosa, a rendere parca, massime quando si trattava di gioie: la dote Omobono non pagò mai; l'aveva promessa e basta; il figlioccio gli passò per la mente con la frequenza con la quale gli ci veniva Attila re degli Unni; e quanto allo allogamento del genero Marcello, lo tolse appunto ai suoi modesti traffici, gli aperse la Banca, dove sul principio non fece penuriare capitali, chè in breve rimasero assorbiti da un giro vorticoso di cambiali del suocero; e poi, il male pigliando vizio, incominciò a tempestare Marcello con uno uragano di tratte a vuoto, sicchè Orazio ne rimase spaventato per modo che, ristrettosi con Marcello, deliberarono insieme di cavarsi fuori da cotesto pelago, e lo fecero con infinita querimonia di Omobono, che liquidati i conti, essendo rimasto debitore, mise in campo un sacco di ganci, da sgomentare ogni fedele cristiano, per non pagare il saldo, onde per la meno trista fu mestieri lasciare parecchi bioccoli di lana in cotesta siepe. Pertanto il civanzo che fece Marcello col suocero magnifico fu questo, perdita del suo antico avviamento e scapita di non poca moneta; e tuttavia Omobono non rifiniva di lamentarsi che quel suo genero gli costava un occhio.
Allora scappò la pazienza ad Orazio, il quale prese a far cosa a cui avrebbe dovuto pensare prima; chè del senno del poi ne vanno piene le fosse: mise sopra al suo trespolo Omobono, raccolse prudentemente quante maggiori notizie sul conto suo potè e incominciò a studiarlo per di dentro e per di fuori. Lo seppe di progenie malnata e indigente e feroce. Uscì di casa come una fusta di pirati una volta sferrava da Algeri per corseggiare sul Mediterraneo: suo viatico questo, paura del diavolo poca, del codice penale nessuna, odio immortale alla miseria; però nei primordi facendo di ogni erba fascio, qualche penna in mano ai giudici correzionali l'ebbe a lasciare. Essendosi in lui imbattuta per caso la sfrontatezza cadde in deliquio sospirando: «Ahimè, il mio padrone è nato!»
Strano a dirsi, e pure vero, veruno più di lui credeva alle proprie menzogne: di parola osservata non si discorre nemmanco; dei contratti eseguiva quelli che tornavano a lui; se no litigava; i giuramenti falsi si tirava giù come ciliege in guazzo: fu marito senza affetto, fece un affare, donde cavò facoltà da costituirsi sgozzino: le arti dello strangolatore apprese tutte ed altre ce ne aggiunse di suo, e così bene l'esercitò, che quasi persuase il tapino, da lui spogliato in camicia, di averlo rivestito da capo a piedi; e come fu marito senza affetto, così diventò padre con paura, che nell'unica figlia altro non vide che una nuova Eva venuta al mondo per portargli via una costola; vano, non ambizioso, imperciocchè non si proponesse scopo alcuno nel procurarsi dovizie, però che, più di essere, gli premeva comparire straricco; e se avesse potuto avrebbe istituito erede sè medesimo: ambì reputazione di Mecenate, e comperati quadri a tanto il metro li sciorinava battezzando il più tristo almeno un Raffaello: uccellato, da principio non se ne accorse, poi conosciuta la ragia relegò le tele in soffitta e vendè le cornici. Ostentava lusso e penuriava del necessario: stoffe di seta e luminare di bronzo dorato in sala, in camera lenzuola di tela canapina e un candeliere di ottone; nella scuderia cocchiere con livrea e mozzi di stalla, in casa un servitore unto e bisunto da disgradarne Guccio Imbratta di sudicia memoria, al quale per giunta egli truffava il danaro del salario, dandogli ad intendere che glielo faceva fruttare venti per uno mettendolo a parte dei suoi negozi, e costui lo credeva, perchè cosa mai non crede la ignorante cupidità? Se temeva che qualche cittadino informato di talune delle sue marachelle potesse sbottonare di lui, eccolo pronto a soffiare nelle orecchie di quanti gli si paravano davanti una procella di calunnie a carico di quel galantuomo, di cui la minore o l'uxoricidio, o aver lasciato morir di fame il padre, o truffato la eredità al fratello: dove, per ventura, lì per lì si fosse presentato il trafitto dai suoi improperi, ecco farglisi incontro festoso, blandirlo con parole umili, ricercarlo con premura della sua salute, dei figli, del padre morto, della moglie strangolata e via discorrendo. Costui partitosi, se l'altro, col quale aveva messo male del festeggiato, gli domandava: — Per caso non sarebbe egli il parricida di cui testè mi favellaste? — Egli ghignando, con una crollatina di spalle rispondeva: — Appunto è quel desso. — Tetra impostura forse non mai più vista al mondo. La onestà degli altri si recava a insulto, anzi credeva che taluno si mantenesse uomo dabbene proprio per fargli dispetto: il suono della lode per la virtù altrui gli giungeva grato all'orecchio quanto quello della sega quando la limano; e si racconta come certa volta essendogli caduto il portafoglio di tasca con di molti biglietti di banca, un popolano avendolo trovato per via glielo riportasse; di che rimase inferocito, onde cavatosi uno scudo di tasca lo porse al popolano, e guardatolo a straccia sacco gli disse: «Va': comprati tanta fune ed impiccati: il far da galantuomo costa caro.» Quando morì la sua povera moglie, avendo trovato vero il proverbio, che nella vita matrimoniale il marito gode due giorni di contentezza massima, quello cioè delle nozze e l'altro dei funerali della moglie, volle metterli a confronto, e calcolare quale dei due costasse meno: fatti i debiti riscontri, trovò che nel secondo aveva risparmiato sul primo settantatrè e un quarto per cento. Procurò altresì che sopra la lapide, che le pose con lunga diceria, si dichiarassero le virtù della morta e quelle di lui vivo, e il pianto inconsolabile e lo affetto imperituro, con tutte le altre ciurmerie, le quali generarono il proverbio: «Bugiardo come una lapide.» Tuttavia volendo mettere d'accordo l'epitaffio lungo e la spesa, ci adoperò una lastra sottile di marmo ravaccione di Serravezza, spendendoci in tutto lire novantatrè, e non so che soldi.
Due cose sopra ogni altra nequizia inspiravano paura nel pravo talento di Omobono, ed erano queste: sgraffiato una volta dal pettine della polizia correzionale, ei procedeva a mo' del cane, il quale scottato dall'acqua calda teme la fredda; quindi al di là degli articoli del codice egli guardava con lo struggimento dei nostri primi padri, quando, espulsi dal paradiso terrestre, oltre i suoi muri contemplavano il frutto proibito; ed Omobono di cotesti frutti non poteva astenersi, nè voleva, comecchè di lasciarci il pelo aborriva: allora attese a istituire intorno a sè un semenzaio di giovanotti di belle speranze, destinati a svilupparsi nella pienezza del furfante; questi con amore coltivava, forniva di danaro; perchè mano a mano in ogni maniera di vizi s'impantanassero; noviziato iniquissimo di corruttela: nel medesimo tempo Omobono per via di ambagi, e come di mezzo ad una nebbia, gli ammaestrava nella infinita famiglia degli scrocchi, onde si accorcia la via della fortuna, e poi senza ordinare nulla di preciso aggiungeva: «Io vorrei essere inteso, figliuoli miei, a volo, chè tutto non si può dire; il mondo è di chi se lo piglia, e per fare roba presto, bisogna avere un parente a casa del diavolo.»
E il giorno stesso nel quale aveva dato al giovane uno spintone verso la galera a vita, egli era fantino da mandargli di mancia un cento o duecento lire per sopperire ai bisogni di casa sua, accompagnandole con una lettera gremita di buoni consigli e di salutari avvertimenti da disgradarne una serqua di missionari; la quale egli aveva cura di riportare sul copia lettere del banco, e ciò pel medesimo fine per cui gli accorti capitani nel presagio della difesa muniscono le rocche. Così addestrato, il nostro cane, uomo spontaneo o sguinzagliato, irrompeva nelle bandite del codice penale, donde tornando con qualche truffa in bocca glie l'agguantavano Omobono, o gli sbirri; finchè raccoglieva Omobono, la faccenda andava a pennello; se il disgraziato capitava in mano al bargello, era un altro paio di maniche: allora Omobono non rifiniva d'imprecare alla corruttela dei tempi, le lettere di ammonimento scritte al giovane mostrava a chi voleva, ed a cui non le voleva vedere: