— Io? Ci sto amicamente, quantunque non mi possa astenere da confessarvi che stava meglio prima che tanti spiriti irrequieti mi scappassero fuori con le diavolerie della libertà e della indipendenza nazionale. Ignoranti da mitera, libertà che è? Nè manco voi lo sapete? E a quanti sommano coloro che di quella libertà godono? E a quanti quelli che la sanno godere? Fanciullacci piagnucolosi e strepitanti pel balocco, che appena ottenuto buttate via. Con simile generazione di uomini fra la tirannide e la libertà gli è un fare perpetuamente a scarica barili, una porta l'altra, e l'altra l'una. Per me alla granfia col guanto preferisco la granfia ignuda. Non vi confondete, voi potrete vedere giusta l'ora che fa nella vita del popolo, quando il pendolo dell'orologio sociale va dal prete al gendarme, e dal gendarme torna al prete: e queste verità ormai si sentono bandire fino dalla tribuna del Parlamento italiano. Quanto alle vantate nazionalità, bisogna proprio avere la benda su gli occhi, per non vedere come le sieno altrettanti triboli messi sotto i piedi della umanità, perchè quanto più piccolo sei e meglio t'impasteranno; così gli individui si agglomerano più facilmente dei comuni, i comuni delle Provincie, le provincie delle nazionalità. Il singolo come possiede meno forza così ha minori motivi di starsi separato dai corpi collettivi; ma quando promovete le nazionalità, e favorite lo sviluppo delle loro passioni dominanti, e i modi tutti di vivere e prosperare esclusivi, separati sempre, bene spesso ostili a quelli delle altre nazionalità, voi lavorate senza addarvene a perpetuare la divisione, la prepotenza e la guerra fra gli uomini. Volete la repubblica universale e la fratellanza del genere umano, e ogni giorno scavate loro i trabocchetti, e gittate randelli fra le gambe; volete libertà e siete più schiavi voi che non è tiranno il monarca. Perchè ci vituperate voi, e perchè volete montarci addosso? Siete forse più onesti, più sapienti, più animosi di noi?

— Il fatto sta per voi: vi parlerò per via di parabole: date tempo al tempo, signor Omobono, e se pensate che rimettendovi a casa voi non saliate una scala per volta, bensì scalino per iscalino, vi sarà chiarita la ragione di parecchie cose, che sembrate ignorare. Di quest'altro persuadetevi, che voi vi metteste a puntelli all'edifizio che si sfascia; ora il puntello non è l'edifizio, sebbene si troverà un giorno travolto nella medesima rovina.

— Caro mio, voi v'ingannate; il vizio è il mercato dove si trafficano le virtù; e siamo tali puntelli noi, che alla occasione diamo la pinta alla fabbrica. Quando sarà istituita sopra buon fondamento la repubblica, noi offriremo i nostri umili servizi alla repubblica italiana, ed anco alla repubblica universale: però non vi augurate mai di passarvi dell'usuraio e del prete; prete e usuraio sono ossa delle ossa, e carne della carne della umanità. Tuttavia mentre queste cose hanno da venire, io per me penso che non valeva il pregio di capovolgere questo mondo, e quell'altro per isfrattare gli austriaci di Italia; anzi sarebbe tornato meglio sovvenirli ad occuparla tutta, che senza tanti disturbi adesso ci troveremmo ad aver fatto maggiore cammino; invece ora il popolo scorrazza a scavezzacollo per l'aperta campagna, e ci vorrà il diavolo perchè i sullodati prete e giandarme ce lo riconducano alla fune.

Si vedeva chiaro come Orazio, o per fastidio, o per istracco, non si curasse rilevare le invereconde enormezze di Omobono, sebbene coteste sconce trafitture lo pungessero, oltre ogni credere, dolorosamente; ma alle ultime proposte di costui il suo volto presentò di transito tutti i colori dell'arcobaleno, e già la bile troppo a lungo repressa stava per gettare giù gli argini e prorompere, quando un servo si affacciò sul limitare della sala annunziando il pranzo in ordine.

Capitolo III.
L'UOMO FELICE.

Ottimamente avvisarono gli antichi, quando posero i conviti sotto la protezione di un Dio, e meglio i cristiani sul principiare delle mense rendono grazie all'Ente supremo, imperciocchè gli uomini, se tristi, confortati dai doni della natura, balenino di bontà, e se buoni appaiano divini. Omobono poi immaginando avere coi suoi ragionamenti mandato sottosopra Orazio, gonfiava di vanità; lo avresti preso per un tacchino quando imporpora i bargigli e fa la ruota; mentre Orazio a cui non pareva vero essere liberato da cotesto fastidio, per tema di non porgergli lo addentellato a ricominciare, non proferiva parola, sicchè il pranzo procedeva d'amore e d'accordo. In seguito diventò anco lieto, avendo preso i fanciulli a far vezzi ai loro maggiori, risa alternando e discorsi, correndosi dietro, e perseguitati troppo da vicino riparandosi in grembo ai genitori ed ai nonni.

Eccetto il maggiore, il quale, come sappiamo, fu chiamato Omobono, agli altri Orazio aveva imposto nome romano; dalle eroine e dagli eroi greci si astenne, perchè egli diceva sentirsi più consanguineo alla razza latina che alla greca, ma che cosa intendesse significare con simile proposizione io non saprei: fatto sta, che le femmine egli appellò Arria ed Eponina, gli altri due maschi Curio e Fabrizio.

Giunti a quella parte del convito dove per usanza vecchia si propina, Marcello contemplando Eponina seduta sopra le ginocchia di Orazio, abbracciarlo intorno al collo e consolare il vecchio con frequenti baci, Arria in grembo alla consorte Isabella, Omobono e Fabrizio posti uno a destra, l'altro a sinistra, stretti a mezza vita dal suocero, di cui la faccia era quasi diventata di uomo giusto, sorreggendosi sopra Curio, che gli sedeva al fianco, si alzò e levato in alto il bicchiere pieno di vino disse:

— Alla prosperità della mia famiglia, cominciando dai nostri padri fino ai nostri figliuoli: possano durare per tutta la loro vita felici, come io mi sento in questo punto felice...