Levarono tutti i bicchieri e risposero al brindisi amoroso; solo uno rimase sopra la tavola, e fu quello di Omobono. Cotesto suo atto fece l'effetto dell'acqua fredda rovesciata nella pentola quando spicca il bollore: costui dopo avere aspirato con compiacenza l'universale sbigottimento esclamò:
— Vi paio strano io? Ebbene, vi dirò cosa la quale, ne vado sicuro, me l'assentirà anco il signor Orazio; e tu, Marcello, da' retta. Ci fu tempo addietro a Milano un certo Foscolo, che mise sulle scene una maniera di tragedia, dove non so quale regina dei Salamini (figuratevi che razza di regina avesse ad essere costei) tra le altre belle cose diceva: «Torni il sorriso al mio pallido volto: il ciel non ama i miseri.» Ora se il cielo ami i miseri, o no, ignoro; quest'altro io so di certo, che nè cielo, nè terra amano gli sventurati. Dunque, se tu sei savio, Marcello, nascondi la tua contentezza, come l'avaro il suo tesoro, per tema che i ladri non te la rubino. Tra noi a Milano si conserva una tradizione del nostro santo Ambrogio, il quale, secondochè si narra, essendosi fermato colla sua compagnia a certo albergo e vistolo oltre la usanza benissimo in assetto, interrogò l'oste come gli andassero i fatti suoi; a cui l'oste rispose: «Di bene in meglio; io case, io poderi, avventori a isonne, e tutti di quelli che vanno per la maggiore, baroni e mercanti grossi, che possono spendere; io bella moglie, in somma nulla mi manca e di molto mi avanza.» Il santo allora pensò che dove era tanta prosperità quivi non potesse trovarsi anco Dio, per la quale cosa ordinava tosto ai famigli si affrettassero a rinsellare i cavalli ed a ricaricare i muli, per allontanarsi quanto più presto potessero, e così fu fatto; nè di troppo eransi dilungati per la pianura, che avendo udito uno schianto accompagnato di strida e di guai da fendere il cuore, si voltarono e videro come dal terreno spaccato uscissero fuori fiamme, le quali ebbero in piccola ora ridotto in cenere l'albergo e tutto quanto di persone e di cose si ci trovava dentro. Certo questa non può essere che novella, pure contiene dentro di sè una verità evangelica...
Omobono volse dintorno uno sguardo, e considerata la tristaggine diffusa su tutta la compagnia se ne compiacque, dicendo in cuor suo: «dunque io faccio paura!» Ed era un vanto, che egli possedeva in comune con gli spauracchi piantati nei campi quando si semina il grano. Nè stette guari che, travolto dalla sua insanabile contradizione, levatosi ad un tratto, prese il bicchiere e con alta voce esclamò:
— Ad ogni modo io bevo alla maggiore prosperità del mio sangue, del signore Orazio e di me.
Quindi stretti più forti nelle proprie braccia i due fanciulli, i quali sentendosi far male strillarono, con parole scarmigliate continuò a favellare così:
— Questi due, Curio e Fabrizio, voglio io; io, ragazzi miei, vi arricchirò, vi tufferò fino agli occhi nel godimento: statevi un anno meco, e metto pegno che direte poi: se il Padre Eterno sfrattò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, nonno Omobono ci ha ricondotto noi altri due, Curio e Fabrizio.
— Come! — gridò un fanciullo svincolandosi dalle sue braccia, — e dovrò restarne fuori io, che tu hai tenuto al battesimo?
— Oh, no; anzi tu, Omobono mio, tra i primi primissimo.
Il banchiere si era perfino dimenticato il nome del figlioccio: anzi, volendo riparare a cotesto sconcio, rovesciò le tasche del corpetto e sparse parecchie monete di oro e d'argento sopra la mensa chiamando:
— Arria, Ponina, Fabrizio, accorrete anco voi.... volate.... pigliate.... assassinatemi.... a che vi rimanete? Infingardi! Quando è tempo bisogna assassinare.