E per disgrazia capitarono sotto gli occhi di Eponina i libri della donna, che, se la fama narra il vero, quantunque sposa altrui, tolse, invereconda, il nome dell'amante; nè paga del commesso errore, voltò le forze dello ingegno a giustificarlo, anzi a voltare la colpa in merito. Lelia, Valentina e Indiana (qualunque possa giudicarsi il merito letterario di coteste opere) vincono in infamia di assai i libri più osceni, imperciocchè questi infiammino i sensi, mentre quelli corrompono l'anima.
E nonostante questo, e forse appunto per questo, aggirata Eponina nel turbine delle impressioni e degli esercizi continui, giunta al diciannovesimo anno non aveva per anco sentito verun trasporto d'amore; per ora amava sè; ma venne il tempo, chè non può mancare, nel quale dell'arpa e del piano forte non vide che legni, sciapiti le parvero i suoni, fastidì, nonchè altro, la propria voce; come tratta fuori di sè guardava sovente il cielo, quasi aspettando la ispirazione dall'alto, ovvero tendeva l'orecchio per raccogliere un suono indistinto e lontano; le si gonfiava il seno con frequenti sospiri, ed anco in altro modo più sensibile le si gonfiava; negli occhi un balenìo, negli orecchi un sibilo. Allora vogliosa di solitudine volgeva il passo verso il camposanto della città, nel quale entrata, si poneva a sedere su qualche avello in atto di dolore; ma intanto che i passeggeri nel mirarla la compassionavano, ella, mutata voglia, si sentiva presa come da smania di correre dietro a due farfalle, che parevano inseguirsi a vicenda e scansarsi, aliandosi attorno senza agguantarsi mai.
Ed anco adesso, con la nuova propensione ad amare, non l'era occorsa sembianza sopra la quale riposare lo sguardo vago, e ciò non solo perchè procedesse in sè raccolta, come si addice a donzella costumata, ma eziandio perchè quanti giovani aveva sogguardato, tanti l'erano comparsi disamabili ed esosi; pure in simile disposizione di animo, si capisce che non può tardare l'amante, e così fu. Certo giorno Eponina, in compagnia della madre, sboccando da una strada, vide la porta di un palazzo chiusa e ornata di gramaglie, con un cartello all'uscio, il quale, secondo il costume, indicava il nome e la qualità del defunto; mentre ella, tirata dalla curiosità, si accosta per leggere, ecco spalancarsi la porta e comparire il feretro; ma perchè la soglia non fosse larga abbastanza, fu mestieri che i reggitori dei lembi del tappeto si facessero innanzi, uscendo uno dopo l'altro primi.
Chi venne innanzi, di un tratto sosta a breve distanza da Eponina, onde ella potè, senza immodestia, guardarlo e riguardarlo a tutt'agio: giovane egli era, e biondo, e bello della bellezza che garba tanto alle donne: volto e persona, di cui pare che posseggano il monopolio gli Apelli della Novità del Sonzogno; faccia unita, levigata dove non apparisce ruga prossima e nè manco remota; potente della freschezza dei venti anni: un cotal po' di lanugine, sparsa a spilluzzico sopra il suo labbro superiore, ti rendeva incerto a giudicare se la natura fosse stata più parca a guarnirgli di peli la bocca, o il padre di quattrini le tasche. Ambrosia egli certo non ispirava, come gli Dei di una volta, bensì un tal quale profumo di nobilea, che fino a tutto il giorno di oggi inclusivo piace alle donne, e non meno agli uomini, qualunque cosa ne dicano in contrario. La uguaglianza per ora si abbaia da chi, o non può soverchiare, o non ha anco soverchiato: tanto vero questo, che più eccessivi detrattori del popolo abbiamo veduto quelli che pur ieri popolo erano e pel popolo parteggiavano.
Il giovane teneva la faccia vestita a mestizia, come la persona di abiti neri di tutto punto come costuma mostrarsi ai funerali. Le vesti, per attillatezza mirabili, gli parevano nate addosso; lo stesso dicasi dei guanti candidi e degli stivaletti inverniciati. Tutto questo non era molto, anzi poco, massime per donna di così alta levatura, come Eponina, e tuttavia bastò, e ce ne fu d'avanzo. E si ha un bel mettere in canzone i poeti, quando parlano di archi, di strali e di subite ferite sotto la sinistra mamma; fatto sta che al primo contemplare la creatura destinata a piacerti, tu ti senti rimescolare il sangue dal capo alle piante, e porti la mano al cuore, come se ti sentissi trafitto, come fece per lo appunto Eponina.
Chi il giovane si fosse a lei non riuscì sapere, non si attentando domandarne, timorosa che anche la inchiesta obliqua non isvelasse alla gente la sua interna passione; oltre a ciò pativa la mala febbre che nasce dallo sgomento di avere ad amare sola. Tuttavia bisogna mettere in sodo che se la fanciulla innamorata può essere un libro chiuso per tutti, ella non può celare i pensieri suoi più riposti alla madre amorosa, la quale li vede affacciarsi e scorrere via di sulla fronte alla figliuola, come nuvole traverso il disco della luna, quando soffia il vento; ond'ella di frequente le diceva:
— Eponina, Eponina, tu hai un amante, e me lo nascondi.
— Non è vero, — rispondeva l'altra risoluta — io non ho veruno che mi ami e te lo posso giurare.
Però non poteva andare un pezzo che i due giovani si sarebbero incontrati una seconda volta, senza che se ne pigliasse pensiero la Provvidenza o il caso, dacchè, sebbene Isabella fosse parca frequentatrice di teatri e di veglie, pure conducesse talvolta le figlie a ricrearsi fuori di casa; di vero, certo dì le venne ricapitato un invito di donna Teresa marchesa Remoli, affinchè si compiacesse favorirla di sua presenza, con la famiglia, al ritrovo in casa sua per la prossima sera di domenica.
Ora è da sapersi che donna Teresa era vedova; la morte del marito, se non le aveva fatto bene, nè anco le aveva fatto male, ed ella stessa lo diceva, però che il marito, morendo, la istituisse usufruttuaria della sua eredità, la quale rendita, unita ai frutti della dote, le dava agio di vivere con molta splendidezza. Del restante buona femmina, piccola e tozza; dell'età oltre i quaranta un pezzo, però munita del suo bravo congedo, con la giunta del ben servito dallo Amore (ella diceva averlo dato a lui, ma non era vero, e non glie lo credevano). Dopo cotesta epoca ella si dedicò intera allo esercizio delle belle arti e della letteratura: sonava, non precisamente a fuoco, ma giù di lì: il suo debole poi erano gli epigrammi, dei quali componeva ogni dì almeno sei, arguti più di una pittima di semi di lino: pittrice implacabile e spietata, sempre in manopole e in grembiule, sempre co' pennelli in mano: a sè davanti teneva su i cavalletti ammannite quattro tele o cinque, e secondo gliene chiappava l'estro, ora col pennello stoccheggiava questa ed ora quella; eccetto il pranzo, ella faceva i suoi pasti nello studio per non perdere tempo, e sovente le accadde, nell'impeto della composizione, colorire il quadro col biscotto intinto nella cioccolata, e mettersi in bocca il pennello intriso nella tinta a olio. Adesso ella stava tentando una maniera nuova per lei, e difficilissima, una tempesta marina. In coscienza, se ella a cui la mostrava avesse domandato ex abrupto: «indovinate quello ch'è» bisognava risponderle: «per ora, se non sopraggiunge alle viste qualche cosa di nuovo, sembra una forma di cacio parmigiano messa a lessare dentro un lago di acqua di broccoli.»