E questo avvenne per la ragione che Amore fu una maniera di Talleyrand divino, il quale giustificava, anzi vantava le sue giravolte politiche, dicendo avere servito lo Stato, che rimane, non i principi, che se ne vanno, così Amore compiacque alla natura eterna, non agli Dei, caduchi anch'essi e mortali. Servendosi dell'ali si voltò in un attimo alle insegne del vincitore; anco Mercurio potè fare così, e poichè questi ebbe in sorte maggior copia di ali, tu lo trovi in troppo più luoghi che Amore.
Mercurio in Chiesa, Mercurio in Camera, Mercurio in Corte, Mercurio fuori e dentro le stanze dei ministri, Mercurio dentro e fuori dei Parlamenti; nell'aria, nella terra, nel fuoco e nell'acqua Mercurio; Mercurio per la stagione che corre si è spinto al calore dell'olio bollente, e quivi sta. Mi tarda andare a Roma per vedere la Basilica del Vaticano consacrata a Mercurio.
Innumerevoli, fin qui, le trasformazioni di Amore, nè accennano cessare per ora. Bisogna essere giusti, Amore lasciò piangendo Psiche, la celeste sua sposa, e Venere degenerata madre l'ebbe a pigliare per un orecchio, onde trarlo pei ginecei greci e romani; dove, fiutato il tempo, appena gli venne fatto fuggì via e si diede a bazzicare con un visibilio di tenere Marie, di più tenere Caterine e Brigide e di tenerissime Terese; nè parve meno leggiadro aleggiare intorno le chiome bionde della bella di Magdala, o su i salteri dei veli e le cocolle, che un dì sulle ghirlande di mirto e di rose di Aspasia o di Flora. Abelardo ed Eloisa informino.
Come colui che imprende lontane navigazioni per procacciare tesori alla famiglia, l'Amore, tenendo sempre fermo il domicilio nel cuore della donna, militò sotto le insegne della religione cristiana, e fu più volte Crociato in Asia; certo alla presa del Tempio di Gerusalemme il sangue umano arrivò a mezza gamba dei Crociati; e che rileva? Non per questo meno, anzi giusto per questo, i pii guerrieri obbedivano all'estro dell'Amore religioso. Amore svelse i figli dalle braccia materne e i mariti da quelle delle mogli, e gli frombolò sopra i campi di battaglia, dove rese sacro il sangue versato, e, convertite le belve in martiri, santificò la strage: acerbo mostrava allora il sopracciglio, e pure piacque, dacchè ad alta voce esclamasse: io sono Amore di Patria e di Libertà. Amore si condusse, non badando pericoli o travagli, sopra le plaghe estreme del mondo per esplorare i segreti del firmamento, o in mezzo ai ghiacci eterni rinvenire un passaggio al polo, ovvero scese giù nelle viscere della terra per leggerne la storia nei vari strati della materia che la compongono, come nelle pagine di un libro, e volto ai mortali con sembiante austero egli disse: abbiatemi caro, che io sono l'Amore della Scienza. Nè Amore solo si trasforma, ma si moltiplica, e posta la radice nella famiglia, quivi, portentoso vilucchio, si rintreccia con lo amore dei consorti, dei figli e dei fratelli: amori non affatto uguali negli atti e nelle sembianze, e non di manco somiglievoli come chi nasce da una medesima schiatta.
E poichè natura volle che la metà del genere umano fosse di femmine, nel Pater noster delle quali amore tiene luogo del pane quotidiano, due cose per me e per te, o lettore, hanno a resultare chiare, che senza Amore tu non potrai comporre nè città, nè provincia, nè famiglia, nè romanzi e nè nulla; e che o repugnanti o nolenti, ci tocca a parlare, di nuovo parlare, e sempre parlare di donne. Fato dei fati è la donna!
Dunque io vi parlerò di Eponina, la stupenda fanciulla; perchè così l'avesse chiamata Orazio, tu se ne hai vaghezza potrai riscontrarlo nel paragrafo XXI dei Ragionamenti di Amore del buon Plutarco, e ti conforto a farlo, imperciocchè tu leggerai una pietosissima, non menochè mirabile storia. Ora io dovendo mettere parole di Eponina, vado incerto se deva o no descriverne il sembiante: la critica con molesto ronzio mi bifonchia nell'orecchio destro: «la bellezza della eroina di un libro, già si sa, la è rima obbligata, e siccome gli scrittori s'incaponiscono a dimostrartelo, per filo e per segno, così condannano il lettore al supplizio di udirne una descrizione a ritaglio, dalla quale, raccolta insieme, tu non troverai, per quanto tu ti ci arrabatti sopra, modo di formarti, neppure alla lontana, una idea di cotesta bellezza. Che se, per un impossibile, su coteste postille tu giungessi a disegnare un viso, tu li comporresti tutti eguali come le ciliege che tu cogliessi dal medesimo albero.»
La critica, a senso mio, se ne piglia troppo, e quello che dice non è vero niente: anco i pittori, quando ritraggono bei volti di donna, hanno a dipingere sempre e nasi, e occhi, e bocche, e l'altro che viene dopo, o che per questo dovrebbero buttare i pennelli fuori di finestra? Infinita è la varietà della natura; ogni creatura forma un tomo a parte: nel creato non occorrono sinonimi. Che se lo scrittore non basta a somministrare al lettore tratti che gli valgano ad immaginarsi la bellezza descritta, è segno certo che non gli arrisero le Muse, e la Natura non glie lo volle dire; e se il poeta non mette varietà nelle descrizioni significa che trovandosi padroneggiato da un tipo (forse la faccia della donna sua) dimenticò l'obiettivo dell'arte pel soggettivo della passione, e lo incastra in tutti i suoi componimenti, come Raffaello adoperava della Fornarina nei suoi dipinti.
Eponina non ritraeva per nulla i contorni delle statue greche, che bellissime nel marmo, mi farebbe paura riscontrare nei volti di donna: sopra cotesti ovali di perfezione disperata, sopra coteste linee rigide e' sembra che tutto abbia a scivolare, suoni, aliti, baci, lacrime ed affetti: l'Amore, accarezzandoli, ci si reciderebbe le mani. Tale non compariva Eponina. La fronte avea larga e prominente alla radice dei capelli, poi con dolce curva rientrava fino sulle sopracciglia, donde prendeva principio un'altra curva delicata, quella del naso alquanto vòlto in su, quasi per aspirare quanto di vita alitasse nell'aria. Le chiome, composte ora in una foggia, ed ora in un'altra, e tutte leggiadre, ella teneva strette intorno alle tempie; se le avesse sciolte le avrebbero ventilato dietro le spalle come ale di angiolo, tanto erano copiose e dorate. Sotto le palpebre sempre mobili[12] scintillavano gli occhi, non azzurri, non neri, bensì di un colore strano, grigi come ferro troncato, composti nelle pupille di cerchi concentrici, ognuno dei quali mandava il suo raggio, donde riuniti in fascio prorompeva un getto di luce elettrica da rassomigliarsi a quello che emana a volta a volta dagli specchi giranti dei fari. Il contorno del volto, alquanto depresso sulle guancie, glielo faceva comparire piuttosto lungo che no; bianca, non candida,[13] della bianchezza dell'alabastro, del continuo tinta, secondo le impressioni che le venivano di fuori o dei pensieri che le turbinavano dentro, di tutte le più soavi sfumature dello amaranto. La forza straordinaria dei muscoli dei suoi labbri non consentiva ad Eponina atteggiarli al sorriso; s'ella (e ciò accadeva di rado) li apriva all'allegrezza, dava in ghigni strepitosi a modo di baccante, e se alla favella, ovvero al canto, era una Musa.
Il re poeta scrisse che il firmamento racconta la gloria di Dio, ed ha scritto bene; così del pari il Genio, o vuoi l'altissimo Intelletto, manifesta la sua presenza sopra la fronte della creatura umana. Forse non uscì mai dalle mani del creatore arnese come Eponina, adattato a sentire ed a rendere le più sottili vibrazioni del dolore e del piacere; vera arpa eolia esposta agli aliti della natura. Ella copiosa nel dire leggiadramente arguto, ella inesausta nelle fantasie, ma soprattutto portentosa nel suono e nel canto. La sua voce si sviluppava come una larga onda ch'empiesse ogni cosa d'intorno d'inusitata contentezza; quando poi si rompeva in miriadi di note, al pari dell'acqua della cascata, la quale balzando di roccia in roccia si sbrizza in innumerevoli stille giocondate dai colori dell'iride, allora uno spolverio di luce, un acuto diletico, un tintinno inebriante investiva i sensi degli ascoltanti, i quali sentivano consumarsi e pure non avrebbero a verun patto consentito che cessasse cotesto voluttuoso tormento, nel modo stesso che Clizia infortunata quanto più si disfà più s'innamora del Sole.
Queste già erano doti più che bastanti per assicurare alla nostra fanciulla la vita piena di affanni, e tuttavia ella ne possedeva altre parecchie e non meno gravi: troppo superiore a quanti la circondavano, non lo poteva celare a sè stessa nè ad altrui; a che giova mostrarci in atti ed in parole modesti, quando il fatto manifesta ad ogni momento la tua preponderanza? Ragionando, mercè la grazia del dire e la potente dialettica, riduceva al silenzio quanti si fossero fatti ad argomentare con lei; vero è bene che il torto stava sempre da parte di loro, ma se fosse stato alla rovescia, sarebbe tornato lo stesso; e la madre, innamorata della sua prole, sempre lì ad attizzare, invece di spegnere la vampa. Punisconsi le madri per disamore ai figli, ed è giusto; ma importa sapere che più si trovano madri le quali perdono i propri figli per soverchio affetto. Nè qui forse giaceva il guaio maggiore, che Eponina, con quel suo veemente ingegno, non poteva essersi rimasta dal tuffarsi intera nelle eccessive dottrine, che da molto tempo hanno spiccato il bollore intorno alla emancipazione della donna. Qui non cade il destro di ragionare su questo argomento, ma si avverta che sempre il soverchio ruppe il coperchio; e che infermo infastidito di giacersi sopra un fianco non guarì mai per subito voltarsi sull'altro. Badino le donne che oggi, come in antico, potrebbe accadere che l'albero della scienza non fosse l'albero della vita: non si stieno a confondere, esse avranno sempre bene meritato dell'umanità e di Dio educando figliuoli come gli antichi Gracchi, o come i moderni Cairoli. Raccontano le vecchie storie come Uguccione della Faggiuola, standosi a Lucca, udita la ribellione di Pisa, partì in fretta e in furia per ricondurla in sua potestà; votata appena Lucca, questa gli si rivolta a sua posta, sicchè perse Lucca e non riacquistò Pisa: ora voi, donne, che avete intelletto di amore, potrebbe darsi che guadagnando poco (chè nulla io non lo voglio dire) nella gloria, scapitaste moltissimo nell'affezione.