— E ci è caso incontrarci il cavaliere Faina.
— Anzi di sicuro, perchè egli scrive la cronaca teatrale in parecchi giornali, e mi hanno assicurato, che talvolta nel medesimo giorno ha levato a cielo o messo allo inferno la medesima cantante, secondo che lo pagavano i suoi protettori o i suoi malevoli.
— Me ne dispiace, perchè io sono uomo di pace, e non vorrei che nascessero scandali — disse Omobono con faccia e voce mansuete.
— Oh! quanto a questo sta di buon'animo, che io ed i tuoi amici ci troveremo lì, e provvederemo al bisogno.
I due amici si strinsero le mani, e si dissero addio. Ma le ultime parole di Omobono erano rimaste come una lisca in gola a Ludovico, molto più che per le nequizie del Faina non lo aveva veduto andare nei mazzi come pure si aspettava; sicchè un pensiero molesto prese a trottargli per la testa: sarebbe vile Omobono?
Capitolo VI.
IL GIORNALISTA.
Immensa folla si accalca alla porta del teatro della Scala, dentro e fuori folgoreggiante di lumi; il fiore di quanto Milano in sè raccoglie di nobilea e di eleganza si vede stipato nell'atrio, e diviso in due ale nel cui mezzo le donne leggiadre ed anche le non leggiadre hanno a passare per sostenere il bersaglio delle occhiate ardenti, delle parole accese o mordaci; imitatrici profane di quel gran santo che fu San Pietro Igneo, il quale traversò due cataste di legna infiammate senza che paresse fatto suo, anzi, si dice, che giunto a mezzo, aprisse la scatola e pigliasse una presa di tabacco.
Sospiri tagliati co' denti non anco finiti di nascere, ammicchi concordevoli o concordati, la famiglia infinita dei sorrisi, o tutti agri, o tutti dolci, ovvero agrodolci e la non meno infinita famiglia degli sguardi quale foggiato a punto interrogativo e quale ad esclamativo; insomma di quanto ci aveva da essere non ci mancava nulla. Allo aspetto di tanta giocondità avresti giurato che Venere ci avesse portato non già il suo cinto, bensì sovvenuta dalle tre Grazie, una balla dei suoi doni, ed ora ognuna di esse preso il pellicino ce lo scotesse fino all'ultimo vezzo. Delizie, venustà, lusinghe, allettamenti, carezze turbinavano insieme confusi, come gli atomi traverso i raggi del sole.
Tra gli spettatori primeggia il cav. Faina, messo di tutto punto; abito nero, guanti perlati, panciotto bianco come la sua coscienza e cappello nuovo di zecca: ogni cosa a credenza, e così gli stivali inverniciati, e le calze, e la camicia altresì: costui coccoveggiava allungandosi, ripiegandosi, facendo lazzi, saltetti e smorfie a modo di civetta quando chiama le lodole sul vergone: questo appellava per nome, quell'altro stringeva pel braccio, a tutti dava del tu, usava ed abusava della pazienza altrui ostentando una familiarità alla quale egli non aveva certamente diritto, sfacciato come.... un giornalista sfacciato (che più in là non si può ire). Nello apogeo della sua gloria, ecco, pari allo spettro della maga di Endor al Re Saulle, sorgergli davanti improvviso Omobono, il quale aveva potuto giungere inosservato fin presso a lui, nascosto dietro un sacramento di matrimonio diviso in due grossi volumi, moglie e marito. Egli primo, stese la mano ad Omobono, gli augurò la buona sera e gli chiese: