— L'hai tu visto? Egli era proprio dodici once buon peso.

— Altro che dodici once! Per me lo giudico pesato sulla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille.

— A quest'ora il vangelo dei cinque santi lo ha da sapere a mente; ne porta impressa la effigie sul muso.

Sovvenuto, il Faina si rimise in piedi; il suo cuore zufolava di rabbia peggio di un gruppo di vipere in amore, se accada che taluno con sasso, o con bastone le disturbi: gli occhi aveva pregni di lacrime lì lì per isgorgare, ma l'ira glie le teneva sospese, così talora la tramontana impedisce alle nuvole ammassate dallo scirocco rovesciare sulla terra l'acquazzone; ma uscito appena dal teatro egli pianse.

Che pianse egli mai? Pianse il cappello nuovo nabissato, pianse il corpetto, la veste e la camicia ridotti in brandelli, e intanto più amaramente pianse, quanto non avendoli pagati dubitò poterne ormai sostituire altri a credenza; pianse i pranzi pericolanti e le cene che dubitò perdute, e soprattutto pianse la cessata o per lo manco diminuita facoltà di frecciare gli amici... insomma ogni cosa pianse eccetto l'onore defunto; e a diritto, chè non avendo avuto occasione di celebrarne il battesimo, nè meno poteva lamentarne i funerali.

Frattanto non trovando meglio a fare mandò giù un paio di ponci, e si mise a letto.

— Magari! — esclamò svegliandosi di soprassalto il cavaliere Faina, il quale sul far del giorno si era sognato come Omobono trito e contrito si fosse recato a casa sua per chiedergli scusa, e profferirgli generoso risarcimento dei danni: in sostanza se la fosse andata a finire così, avrebbe raggiunto lo scopo propostosi, allorquando aveva preso a spunzicchiarlo col giornale, con uno schiaffo di giunta, non previsto nel programma; ma si sa, le faccende non riescono a pelo, e i prudenti si contentano riceverle a taccio. Adesso vedremo se il fatto rispondesse alle fantasie del cavaliere Faina.

La prima visita fu, spuntato appena il giorno, degli interessati nel giornale il Gingillino, amicissimi suoi, i quali gli spiattellarono crudamente come essi non lo potrebbero più oltre tenere collaboratore nel giornale, dove egli non avesse vendicato lo insulto patito nella sera antecedente; certo, poco loro premevano le bazzecole di soddisfazione e di onore, e capivano che al Faina doveva importarne anche meno, ma tanto egli quanto gli amici suoi non potevano rimanere indifferenti alla certezza che, senza un giusto riparo il giornale sarebbe caduto in tal discredito da non poterne vendere da ora in poi nè manco una copia. Per queste ragioni fu deliberato che il Faina manderebbe un cartello di sfida ad Omobono, e quanto più presto meglio, affinchè nel pubblico si bociassero in un medesimo punto la ingiuria, e il risarcimento, e s'imparasse da tutti che con gli scrittori del Gingillino non si giocava di noccioli. Il Faina con la guancia che pareva una melanzana si lasciava fare, stillando ragioni nel suo cervello per persuadersi che Omobono fosse un poltrone: gagliardo senza dubbio egli era, e la sua gota ne sapeva qualche cosa; ma siamo giusti, lo schiaffo a fin di conto glielo aveva dato a tradimento e dietro provocazioni che avrebbero tratto fuori dai gangheri anco Giobbe, e poichè gli tornava credere che Omobono si sarebbe mostrato di facile contentatura, così lo credè.

Pertanto i suoi testimoni, o padrini, o secondi che si abbiano a chiamare, si condussero a casa di Omobono, il quale, udito appena chi fossero e perchè venuti, disse loro:

— Sta bene; fra un'ora i miei amici verranno a conferire con le signorie vostre. — E senz'altre parole li accomiatò; senonchè sul punto che essi stavano per uscire li interrogava: