— Chiedo perdono, signori, ma dove i miei testimoni avranno l'onore di trovarli fra un'ora?

— All'uffizio del nostro giornale.

— Davvero, avrebbero potuto indicarmi luogo meno indecente; ma non fa caso, a rivederci fra un'ora.

I padrini sentirono la trafitta, ma riputarono conveniente dissimularla, per non accendere una seconda querela. Non che un'ora, ma appena n'era trascorsa mezza, che eglino videro comparirsi davanti il marchese Sagrati, colonnello di cavalleria riposato, e il contino Anafesti, ambedue in fama di solenni amatori di simili scontri; dalla quale cosa i testimoni del Faina non trassero favorevole augurio. Ricambiatisi i saluti, più che con le parole col capo, gli uni contro gli altri piegandolo a modo dei montoni, che si accingano a cozzare fra loro, il signor Pancrazio, come il più anziano dei secondi del Faina, pigliandola alla larga per iscoprire marina, incominciò a deplorare la barbara costumanza del duello, alla quale è forza, che anco il buon cittadino si sottoponga come a giogo odiatissimo per colpa di non avere o voluto, o saputo, o potuto fin qui istituire un tribunale di onore, che possedesse tale reputazione da fare regola nel mondo; e via e via sopra questo metro sciorinando tutti gli argomenti, i quali per essere stati detti e ridetti hanno messo la barba bianca; e i padrini di Omobono zitti.

Allora il signor Pancrazio, che la pretendeva a sottile, si provò a stringere il cerchio aggiungendo: che gli andava proprio il sangue a catinelle, nel considerare come si trovassero al cimento di tagliarsi la gola due egregi cittadini, fiori di galantuomo, l'uno pubblicista, che tanti servigi ha resi, e potrebbe tuttavia rendere alla causa della libertà e della civiltà, nonchè della umanità, padre di famiglia, servizievole, letizia delle liete brigate; l'altro giovane erede d'immense ricchezze, alacre, solerte, stoffa da cavarne un finanziere coi fiocchi, destinato a sostenere una brillante carriera in Società; e «come a me cuoce il presagio di tanto guaio, vado persuaso, che cuocerà anche ad altri»; ed i padrini di Omobono duri.

E poichè, tastato il terreno il signor cav. Pancrazio Luridi (che tale aveva nome e cognome il padrino del Faina, ed era cavaliere anch'egli), conobbe come bisognasse venire addirittura a mezzo ferro, onde non senza un qualche impeto esclamò:

— Debito sacrosanto dei padrini, imposto non solo dalla religione, ma eziandio da ogni norma del vivere onesto, è procurare con ogni estremo conato, comporre gli screzi ed impedire lo spargimento del sangue e la perturbazione delle famiglie. Tale almeno fu sempre lo scopo che si proposero tutti quelli che si vituperano col soprannome ignominioso di moderati, epperò non dubitare che i democratici volessero rimanersi da seguitarli sopra questo sentiero..... ma come dic'egli il proverbio? Alla svolta ti provo.

— Questa è una botta diritta per noi — masticò fra i denti il giovane conte, e si accingeva a rendergli pan per focaccia, quando il compagno lo trattenne osservandogli che a lui come più attempato stava rispondere: e ciò fece con bellissimo garbo, levatasi prima una carta di tasca:

— Voi dite unicamente, cavaliere Luridi, e tanto io partecipo i vostri degni sensi che nel presagio, che o da voi o dal vostro egregio compagno mi sarebbero tenuti siffatti propositi, aveva preparato un bocconcino di dichiarazione, la quale, dove il vostro signor primo non trovi difficoltà a sottoscrivere, darà di un tratto sopita ogni querela.

— Sentiamo, sentiamo, e quando sia osservato il decoro...... la convenienza del mio signor primo, non mi tirerò certamente indietro dallo adoperarmi perchè venga da lui accettata.