Roma, 7 luglio 1885.
PROLEGOMENI
Il Secolo muore.
O come fai ad affermare ch'ei si muoia? O non mangia, o non bee, non veste panni? Sì certo, egli mangia, egli beve, egli veste panni; e che per ciò? Forse Silla, Filippo secondo di Spagna, e Ferdinando di Napoli, e Ferecide non vivevano essi, mentre li portava via il fastidio?
Tre tiranni e un filosofo, imperciocchè i pidocchi, che rispettano l'asino e il montone, divorino principi e filosofi[1].
Il Secolo muore; l'ira di Dio gli ha stracciato le vele e rotto gli alberi; l'abominio dei popoli gli aperse i fianchi; mira, il Secolo pravo come sospeso sopra l'abisso vacilli; odi il gorgoglio delle acque irrompenti nelle squarciate latebre per sommergerlo giù nello inferno.
Prometeo roso perpetuamente dallo avoltoio: Laocoonte soffocato co' figliuoli dai serpenti non offrono immagine più dolorosa di lui: egli si dibatte negli spasimi della morte, e non una mano, non una bocca cessa dallo imprecare alla desolazione di lui: vittima al mondo non discese mai agli Dei infernali consacrata da tante maledizioni come il Secolo, che muore.
Ma Secolo ch'è mai? Ed in qual guisa ei muore? Quali appaiono le cause che lo conducono a morte? Che cosa morirà di lui? Chi gli darà il colpo di grazia? Chi ne sarà l'erede? Quali i superstiti? Ed essi come dureranno nella vita?