In parte a queste domande si potrebbe dare risposta precisa, perchè le scienze politiche in taluni giudizi non fallano, o poco fallano; ma un'altra parte sta nel dominio della divinazione, e l'avvenire tiene chiuso nel pugno quella Forza suprema che governa, travolgendoli, uomini e cose.
Non basterebbero volumi per soddisfare ai quesiti proposti; ed io qui detto un proemio: nè lo compongo già a modo di libro scientifico, bensì vado significando quanto mi spira l'anima: altri più savio gli darà ordine ampliando le ricerche e le considerazioni.
E prima di tutto io avverto come per Secolo non s'intenda mica lo spazio di cento anni, bensì l'epoca intera nella quale si compie una trasformazione della umanità ed un'altra ne incomincia. E vi ha chi assegna cinquecento anni fra il nascere e il morire di ciascheduna di queste trasformazioni, ma il fatto non corrisponde; bene la fantasia umana armò il Tempo di falce e di orologio a polvere: col compasso in mano egli non apparve mai. Dove tu ponga mente alle varie e moltiplici cause, così interne come esterne all'uomo, onde hanno moto i casi nostri, ti persuaderai di un tratto come questi periodi non sieno nè possano essere per lo appunto di cinquecento anni. Tutto ciò che prima camminava adesso corre; e il Secolo, che correva, adesso a sua posta precipita: però il termine delle rivoluzioni indi in poi più breve; forse brevissimo.
Per ora taccio delle cause che menano a morte il Secolo; ed anco mi passo dal discorrere intorno al modo col quale per avventura morirà: consideriamo quello che sembra sicuro deva morire in lui.
Sembra destinata a morire nei suoi derivati, come morì già nei suoi principii, quella che noi chiamiamo autorità, e gli antichi distinsero col nome di polizia. Io esaminerò le vicende del solo popolo latino, perchè principalissimo fra gli altri, e perchè degli altri, quando più, quando meno, pur sempre ei fu mente e moto.
Nel giro di milleottocentosettanta anni la repubblica romana si tramuta nello impero, e lo impero casca sotto le battiture degli oppressi, cui noi appellammo barbari pel rovello di non averli saputi vincere. In mezzo ai barbari sorse la potestà dei sacerdoti: amici prima per calpestare i popoli coi piedi uniti; nemici in breve per la contesa di chi dovesse rimanere a calpestarli solo; dura lotta questa, dove or l'uno, ora l'altro parve toccare terra per non risorgere più; prevalse lo impero; ma sul punto ch'egli, stretto a mezza vita il sacerdote, lo teneva in alto per soffocarlo, ecco si ravvisa, e depostolo a terra gli dice: «Sacerdote, se servirai a me ti lascerò dominare e ti pascerò co' rilievi della mia mensa.»
Quando Satana profferse a Cristo i regni della terra a patto che lo adorasse, Cristo n'ebbe pietà, e gli disse: «È scritto che tu non tenterai il tuo Signore.» Colui che temerario ardisce vantarsi sacerdote di Cristo piegò le ginocchia, stese la mane e visse.
Tutte le trasformazioni genera la necessità delle cose; ci si mescola talora la volontà, ma sempre in piccola dose; e poi anco il volere dominato dallo effetto piglia carattere di necessità. Ai Romani da prima, se vollero vivere, fu mestieri combattere; vinsero, e poichè la vittoria inebria peggio del vino, dalla difesa trapassarono alla offesa; in questa via avendo bisogno di forza, lei soprattutto onorarono, e a lei unicamente imposero il nome di virtù; oltre questa, certo ne possederono altre, però secondarie, e tenute in pregio sol quanto contribuirono a renderli insuperabili nella virtù militare: nella medesima guisa che le verghe di ferro aggruppate intorno alla scure formavano insieme il fascio romano.
E come favoleggiarono i poeti, che i Ciclopi con un occhio solo facessero maravigliosamente i fatti loro, così le repubbliche con una virtù sola possono operare cose grandi: i Romani poi ne compirono grandissime. Tuttavia se una virtù sola basta a fondare gli Stati, a mantenerli non basta; e necessità, o provvidenza ordinò che qualunque si trasforma in tarlo del mondo più presto o più tardi ci si scavi la fossa. La giustizia, e la libertà importa che guidino con la loro luce i passi dei mortali: una sola di queste due scorte senza dubbio è divina, ma come il sole quando illumina un lato, lascerebbe l'altro nelle tenebre: mentre fa di mestieri che entrambe esse splendano, e senza tramonto, agli universi figliuoli degli uomini, altrimenti il cammino di questi attraverso ai secoli va e viene come l'onda sopra il lido del mare, e non progredisce mai.
Ma ai Romani non piacque altro che forza, quindi venuta meno alla repubblica, la necessità costrinse Cesare a raccoglierla nella sua mano: non l'uomo creò i casi, bensì i casi crearono il tiranno; difatti spento Cesare pullula più che mai rigogliosa la tirannide: e non la vogliono intendere che per rivendicarsi davvero in libertà bisogna principalmente schiantare la mala pianta del servilismo abbarbicata dentro noi, non già il tiranno, il quale sta fuori di noi. Dove un popolo duri abietto, vile e servo, che monta la morte del tiranno? Non formicolano nel suo sangue i germi di venti tiranni? Uno avulso non deficit alter; Cosimo dei Medici, il quale se ne intendeva, si fece ritrattare contemplando un arbore fronzuto avvolto da una fascia che porta cotesta leggenda.